The ramen boy

Un po’ di tempo fa stavo cercando l’ispirazione per un nuovo articolo, volevo scrivere partendo da un film, avevo in mente The ramen girl, vi ricordate? Il film in cui la protagonista decideva di seguire il suo fidanzato in Giappone per poi alla fine innamorarsi profondamente si… ma del ramen.

Mentre cercavo un po’ di informazioni sui ramen mi sono imbattuta nella storia di Luca Catalfamo e di casa ramen Anche la sua storia è legata al ramen, ma non si tratta di un film, lui infatti il ramen lo cucina davvero, e così bene da essere l’unico straniero presente al museo del ramen di Shin-Yokohama.

 

 

 

 

 

 

 

Ma partiamo dall’inizio. E l’inizio è a trent’anni quando Luca decide di lasciare la sua azienda di pulizie per cominciare a viaggiare in giro per il mondo. La cucina non è il suo obiettivo e nemmeno la sua passione (non ancora), è lo strumento che gli permetterà di mantenersi mentre viaggia. Così prima di partire fa uno stage al ristorante Liberty di Milano, “era il mio ristorante preferito, così ho bussato alla loro porta e mi sono proposto di aiutare in cucina in cambio di formazione. Dovevo fermarmi solo tre mesi, ma poi sono rimpasto per il doppio del tempo perché avevo bisogno di acquisire maggiore sicurezza” 

Pronto a intraprendere un’avventura, Luca vola a New York e sarà proprio qui che incontrerà per la prima volta il ramen.

“Mentre camminavo nell’East Village ho visto un bel gruppo di persone in fila in attesa di entrare in un locale. Incuriosito mi sono accodato anche io aspettando il mio turno per entrare da Ippudo (uno dei migliori ramen bar di New York). Prima di allora non sapevo nemmeno cosa fosse il ramen.”

È stato un vero colpo di fulmine per Luca, così ha cominciato ad assaggiare, fare ricerca, studiare, assaggiare, assaggiare e ancora assaggiare. Continuava a cucinare per lavoro, ma non il ramen. Dopo New York, Sidney e dopo ancora Londra. Qui lavora da Koya, famoso per gli udon, cioè un particolare tipo di tagliatelle di frumento servite con una zuppa. Non sono ancora ramen, ma comincia ad avvicinarsi agli ingredienti, ai sapori, ai gesti della cucina giapponese. Ma attenzione, non parliamo di sushi e sashimi, come forse ci siamo fin troppo abituati a identificare la cucina nipponica.

Poi è arrivato il momento di ritornare a casa: “Una volta ritornato a Milano, ho cercato dei posti dove mangiare un buon ramen, ma non trovavo un posto che mi soddisfacesse, così ho deciso di aprire io un ristorante dedicato al ramen”.

Dopo aver trovato il locale, un piccolo ma accogliente spazio nell’emergente quartiere isola, Luca parte per una full immersione di un mese in Giappone.

Ho assaggiato tantissimi ramen, per capire le diverse sfumature di sapore. In Giappone non è facile inserirsi in una cucina così ho cercato di capire tutto quello che potevo assaggiando, in ogni locale ordinavo diverse varianti, cercando di percepire le sfumature di sapore che ogni ingrediente apportava e cercando di rubare con gli occhi i gesti dalle cucine.

Considera che un ramen mangiato a Milano non potrà mai essere come uno gustato in Giappone, troppi chilometri ci separano, l’acqua è diversa, l’aria è diversa, ma questo si sa, succede per qualsiasi cibo quando viene gustato fuori dal suo ambiente. Anche spostandosi da una zona all’altra del Giappone si trovano diverse varianti, ognuna con la sua identità.

Per il mio ramen mi sono ispirato alla tradizione del tonkotsu ramen, che ha come base un brodo di maiale cotto per molte ore, ho scelto però di utilizzare ingredienti italiani di alta qualità e di alleggerire il brodo per renderlo più digeribile.”

La cucina è passata da essere solo un lavoro per mantenersi a un lavoro con la L maiuscola, fatto con grande passione, una passione che si alimenta ogni giorno con impegno e ricerca. Così ho chiesto a Luca qual è la cosa che preferisce della sua nuova attività.

Direi il riscontro diretto con le persone. Non sono molti i lavori che ti permettono di avere un rapporto così con i clienti, attraverso il cibo si instaura sempre un legame emozionale, capita magari che qualcuno si affacci in cucina prima di andare via per dirti che ha apprezzato la tua cucina e questo sicuramente ti lascia una bella sensazione. 

Apprezzo anche la quotidianità, quella stessa quotidianità del lavoro in cucina che all’inizio ammetto mi spaventava un po’. La ripetitività dei gesti, dell’esecuzione di un piatto, che in realtà non si ripete mai uguale, perché ogni volta si impara qualcosa di nuovo, si prova, si migliora.

 

Casa ramen è un progetto in continuo sviluppo ed è così che tra meno di due settimane aprirà una seconda casa ramen, questa volta SUPER. L’atmosfera sarà sempre informale e intima, ma il locale sarà un po’ più grande con una trentina di posti a sedere. La parola d’ordine è condivisione, ispirandosi al modello delle Izakaya, le tipiche osterie giapponesi dove i piatti vengono serviti al centro della tavola per essere condivisi da tutti i commensali. Mentre il cuore di casa ramen rimarrà il ramen, nel nuovo locale l’offerta sarà più ampia e comprenderà anche altri piatti tipici giapponesi.

E per noi principianti 😉 ho chiesto a Luca di suggerirmi 3 ramen da non perdere in giro per mondo:

Ippudo a Londra e Parigi

Go Ramen a New York

Slurp Ramen Joint a Copenaghen

…Il quarto lo aggiungo io: è il casa ramen di Milano. Materie prime italiane di grande qualità, servizio amichevole e un ambiente piccolino, ma accogliente in perfetto stile ramen-ya.

Ho pranzato da casa ramen pochi giorni fa, ma già ne sento la mancanza. Vuol dire che tornerò molto presto, magari per una recensione di casa ramen SUPER. E voi, se passate per Milano non lasciatevelo scappare!

 

 

 

 

 

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