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Lorena Loriato è una chef e insegnate di cucina crudista. Quando l’ho conosciuta (in palestra 😊) un po’ di anni fa, lavorava nel campo musicale, organizzava eventi e concerti per un noto club musicale. Si trovava in un momento di grande fermento e di lì a poco avrebbe portato parecchi cambiamenti nella sua vita. Prima di tutto avvicinandosi all’ambito vegano crudista e poi prendendo la decisione di lasciare il lavoro e l’Italia per intraprendere una nuova avventura.

Nel 2012 si trasferisce a Londra dove impara non solo le tecniche della cucina crudista, ma anche un metodo di insegnamento per poter trasmettere agli altri questo approccio al cibo. Da’ quindi il via alla sua attività lavorando come chef e organizzando corsi di cucina crudista sia in UK che in Italia.

Dopo 4 anni si trasferisce in Kuwait, questa volta la sfida è avviare un locale completamente crudista, il Super/Foods

Ed ora che Lorena si sta preparando per la prossima tappa, che potrebbe essere chissà, forse di nuovo in Europa, non potevo lasciarmi scappare l’occasione di incontrarla e raccontare la sua esperienza.

Eccovi qui di seguito una piccola intervista dove scopriremo un po’ di più su di lei e soprattutto sul raw food:

Che cosa ti ha spinto a cambiare radicalmente vita e lavoro e ad entrare nel mondo del food?
E’ stato l’ascolto. E’ venuto in modo naturale. Credo che tutti noi siamo in continuo movimento ed io in particolar modo ho bisogno di non sentirmi mai stagnante. Una volta credevo che il mio “annoiarmi facilmente” fosse un difetto, poi ho capito che faceva parte della mia spinta a crescere e scoprire sempre.
Anche quella volta, ho ascoltato tutti i segnali che la vita e il mio corpo mi stavano dando. A causa (o forse per merito!) dei disordini alimentari di cui ero preda, avevo sperimentato molti approcci al cibo dalla pre-adolescenza in poi. Il cibo rimaneva il mio chiodo fisso, ma se prima era una fobia,  gradualmente stava diventando un amico da accettare e capire. E più mi nutrivo in modo naturale, più anche le mie aspettative verso l’esterno cambiavano. Non mi sono andati più a genio certi meccanismi della vita lavorativa che conducevo, ed essendo il mio interesse ormai rivolto altrove, sentivo di non apportare più nessun contributo al mio lavoro.
Non intendevo entrare nel mondo del food ma nel mondo del crudismo si! E’ vero, il mio approccio al crudismo è  fatto anche di ricette, ristornati, ecc… ma è prima di tutto uno stile di vita ed è questo che voglio trasmettere e insegnare.

Cosa significa mangiare raw? Perché hai scelto proprio il raw food?
Mangiare raw significa scegliere di alimentarsi con cibo di origine vegetale che è stato lavorato poco o per nulla e comunque che non ha superato nel processo di lavorazione la temperatura di 42-46 gradi. Oltre questa temperatura, si perde la maggior parte dei principi nutritivi del cibo.
Mangiare raw significa anche cambiare, avvicinarsi in modo spontaneo ad uno stile di vita più sano, più delicato e sensibile verso l’ambiente.
E’ stato il raw food a scegliere me. Quella volta che, cambiando casa, mi sono ritrovata nel nuovo appartamento senza cucina per due settimane! Non volevo cedere a tonno in scatola e grissini, così ho iniziato a mangiare frutta, verdura e frutta secca. Nel giro di qualche giorno mi sono ritrovata ad essere “gioiosa”. Proprio così! Non soltanto non mi sentivo affamata o debilizzata, ma al contrario ero super energica e felice. Ribadisco il concetto di felicità perché finalmente, dopo quasi trent’anni, ho sentito nuovamente il suono della mia risata. Le persone che soffrono o hanno sofferto di depressione lo sanno che per quanto si riesca a migliorare, rimane sempre quella “patina”, quel velo che ci offusca un po’ le giornate, che ci frena nel vivere appieno la bellezza della vita. Ce l’avevo anche io, fino a quando ho incontrato l’alimentazione crudista.

Qual è la cosa che ami di più del tuo nuovo lavoro?
Sicuramente la possibilità che mi da di influenzare positivamente la vita di chi incontro. Mi sono resa conto che ho ispirato delle persone a volersi più bene e ad essere più coraggiose. Una volta tolto quel velo di tristezza dalla mia vita, sono cambiate tantissime cose. Tutto di riflesso è migliorato. Mi sono sentita più forte e sicura ed ho fatto delle scelte che sicuramente prima non avrei osato fare: lasciare il lavoro senza un piano B, trasferirmi all’estero senza piani (ma con in testa il crudismo), buttarmi insomma, senza lasciare spazio alla “scusite” 😉

Grazie ai social diverse persone hanno seguito la mia evoluzione ed ho ricevuto tanti tanti tanti messaggi di amici ma anche di sconosciuti che hanno preso spunto per provare a cambiare alimentazione o situazioni con cui non erano più in sintonia.
Probabilmente mi aiuta anche il mio approccio moderato. Ho sperimentato personalmente che le misure estreme non fanno bene né al corpo né allo spirito (almeno il mio).

C’è un ricordo/episodio legato alla cucina a cui sei particolarmente affezionata e perché?
Provengo da una famiglia in cui la cucina non riveste un ruolo particolarmente importante. Ci piace mangiare ma abbiamo gusti decisamente non elaborati.
Più che un ricordo, c’è un’immagine a cui sono affezionata: I miei nonni paterni coltivavano verdura e piante da orto che poi rivendevano ai mercati da cui si rifornivano i fruttivendoli. Quindi in casa da sempre abbiamo avuto verdura a volontà. A tavola noi 4 avevamo sempre, oltre al piatto principale, anche una ciotola a testa di verdura cruda.

Dalla tua esperienza, come è percepito il raw food in Italia rispetto ai paesi dove hai vissuto?
E’ percepito con curiosità anche se rimane la sensazione della rinuncia, come anche per la cucina vegana. Solo la vegetariana è accettata e non contestata più di tanto.
In Italia c’è una tradizione alimentare antica e incredibile, a mio avviso la migliore al mondo. Questo fa si che ci sia anche una sorta di “gelosia” del proprio tesoro. C’è il timore che se si introduce qualcosa di nuovo si debba per forza rinunciare a qualcos’altro. Non è affatto così. Mangiare crudo è un’opportunità in più, un’opzione che si può aggiungere alle tante squisite ricette della cucina tradizionale italiana.
A Londra non c’è questa chiusura perché “non hanno nulla da perdere”. Hai mai visto un ristorante di cucina inglese all’estero?
In Medioriente… seguono le mode. Fortunatamente il raw food è molto in voga negli Stati Uniti e quindi viene recepito bene anche nei Paesi del Golfo. Non credo che tutti abbiano chiari i benefici alla salute che questo stile alimentare porta con sé, ma è irrilevante. Nel senso che se anche mangiano crudo solo per moda non importa, di fatto migliorano la loro alimentazione e impattano meno sull’ambiente, e questo è già un successo.

E’ possibile per un non-crudista inserire alcuni piatti raw nella dieta di tutti i giorni e trarne alcuni benefici?
Certo! Io stessa non mangio solo crudo. Quello che consiglio a chi vorrebbe provare è scegliere il pasto della giornata in cui gli verrebbe più naturale e semplice mangiare crudo e provarci. Tanti iniziano con la colazione, sostituendo il caffè, pane e marmellata con un frullato verde (ci sono tante ricette online e una ve la voglio regalare qui 😉) o con un mix di frutta fresca e secca.
Io personalmente troverei più semplice mangiar crudo per cena perché mangiare leggero mi fa dormire meglio, mi sveglio più riposata e, di conseguenza, non sento la necessità di bere un caffè la mattina seguente per iniziare la giornata. Quindi un doppio successo!

Beh, cosa aggiungere alle parole di Lorena… Io di certo non sono vegana e nemmeno vegetariana, ma non posso negare di essere molto incuriosita e attratta dalle diverse prospettive che ruotano attorno al cibo. La cucina si sa è contaminazione, di idee, di ingredienti, di tecniche. Quando poi capita di incontrare qualcuno che ci può presentare un altro punto di vista in modo così naturale, disponibile e aperto come è capitato a me con Lorena, è davvero una fortuna. Io sicuramente proverò ad aggiungere una parte di crudismo alle mie giornate, magari proprio dalla colazione, perché di energia ce n’è sempre bisogno, soprattutto la mattina! E voi siete incuriositi? Volete provare? …allora iniziate da questo semplice frullato che Lorena ci ha voluto regalare:

 

My Green Smoothie

Ingredienti
1/2 avocado
1 manciata di spinaci
5 cm di gambo di sedano
200 ml di estratto o di succo di mela non zuccherato
1 cucchiaio di foglie di menta (d’estate)
1 cm di radice di zenzero sbucciata (d’inverno)
1/2 lime succo 

acqua qb

Istruzioni
Frullate assieme il sedano, il succo di mela, l’avocado ed il succo di lime. Aggiungete gli spinaci e la menta o lo zenzero a seconda della stagione: la menta rinfresca per cui la consiglio d’estate, lo zenzero riscalda e lo preferisco d’inverno. Se non avete l’estrattore o il succo di mela potete frullare direttamente 2 mele lavate assieme al resto degli ingredienti (cambieranno il volume e la consistenza del frullato).

A seconda della fluidità che preferite, potete aggiungere acqua.

Un consiglio: preferite le mele biologiche!

Potete seguire Lorena su:

www.lorenaloriato.com

Facebook: Lorena Loriato

Instagram: Lorena Loriato

 

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Può la cucina essere un importante strumento di riabilitazione e reinserimento sociale?

La risposta è si! E I Dolci di Giotto ne sono un concreto esempio con il loro laboratorio “non convenzionale” che unisce un importante progetto sociale con l’eccellenza nell’arte pasticcera.

La cooperativa Giotto gestisce infatti un laboratorio di pasticceria in una realtà molto particolare come quella della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova. Lì, ogni giorno si sfornano dolci freschi, brioches, biscotti e nel periodo natalizio anche un panettone che ha ricevuto importanti riconoscimenti di qualità da giurie di settore e che viene venduto con successo in Italia e in giro per il mondo. Pensate che può vantare tra i suoi estimatori dei “palati speciali” come Papa Benedetto XVI e Papa Francesco.

Un mestiere come quello del pasticcere richiede grande attenzione, pazienza e rispetto per la materia, per questo ci sono sei maestri pasticceri che coordinano un gruppo di 25 allievi detenuti e a seconda delle inclinazioni e capacità di ognuno li indirizzano alle varie fasi di preparazione, facendo loro intraprendere un importante cammino lavorativo e di cambiamento. Un processo di crescita che tende a valorizzare l’impegno del singolo, ma sempre inserito nella dimensione del lavoro di squadra.

I detenuti hanno la possibilità di occupare il tempo in modo attivo, riappropiandosi o apprendendo per la prima volta la cultura del lavoro, usufruendo di un percorso formativo specifico che offrirà loro una possibilità di occupazione una volta usciti. Il lavoro restituisce loro dignità e senso del vivere.

Attraverso un regolare contratto di lavoro che permette loro di percepire un reddito, hanno la possibilità di sostenere la famiglia di origine e dare un contributo alla società.

Attraverso l’assunzione di responsabilità si innesca un percorso di cambiamento, una specie di allenamento verso la libertà.

Ma a livello di riabilitazione ci sono dei risultati tangibili? Direi che parlano i dati: secondo le statistiche, in Italia la recidiva dei detenuti che tornano in libertà si aggira intorno all’80%. Nel caso dei detenuti coinvolti nel laboratorio della cooperativa Giotto la percentuale scende incredibilmente sotto il 2%. Un risultato positivo che evidentemente riguarda tutta la società e che si basa sull’articolo 27 della nostra Costituzione, secondo cui chi sbaglia deve essere rieducato e reinserito nella società meglio di prima.

E se volete ancora un po’ di numeri, pensate che quest’anno con i panettoni della solidarietà, le praline e i dolci del Santo sono stati raccolti ben 15.752,10 € che, tramite l’Associazione Santa Lucia per la Cooperazione e lo sviluppo tra i popoli, vanno a sostenere vari progetti di solidarietà tra cui la ricostruzione di una scuola elementare nel Comune di Amatrice.

 

Ora però parliamo anche un po’ di dolci, perché per Pasqua I Dolci di Giotto stanno preparando moltissimi prodotti che vanno dalle colombe tradizionali a quelle più originali come quella al mandarino o alla pesca e albicocca, ma anche le Veneziane, tipiche focacce di antica tradizione veneta. Tutti i prodotti seguono una lunga lievitazione e vengono confezionati con un ciclo di lavorazione di 72 ore, utilizzando ingredienti naturali e di grande qualità. E poi ci sono immancabili le uova di cioccolato!

 

 

 

Sul sito idolcidigiotto.it potete trovare l’elenco dei punti vendita presenti in tutta Italia, ma potete anche acquistare direttamente on-line. Per assicurarsi la spedizione entro Pasqua è necessario inviare l’ordine entro il 10 aprile, quindi andate subito a dare un’occhiata!

 

 

 

 

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Un po’ di tempo fa stavo cercando l’ispirazione per un nuovo articolo, volevo scrivere partendo da un film, avevo in mente The ramen girl, vi ricordate? Il film in cui la protagonista decideva di seguire il suo fidanzato in Giappone per poi alla fine innamorarsi profondamente si… ma del ramen.

Mentre cercavo un po’ di informazioni sui ramen mi sono imbattuta nella storia di Luca Catalfamo e di casa ramen Anche la sua storia è legata al ramen, ma non si tratta di un film, lui infatti il ramen lo cucina davvero, e così bene da essere l’unico straniero presente al museo del ramen di Shin-Yokohama.

 

 

 

 

 

 

 

Ma partiamo dall’inizio. E l’inizio è a trent’anni quando Luca decide di lasciare la sua azienda di pulizie per cominciare a viaggiare in giro per il mondo. La cucina non è il suo obiettivo e nemmeno la sua passione (non ancora), è lo strumento che gli permetterà di mantenersi mentre viaggia. Così prima di partire fa uno stage al ristorante Liberty di Milano, “era il mio ristorante preferito, così ho bussato alla loro porta e mi sono proposto di aiutare in cucina in cambio di formazione. Dovevo fermarmi solo tre mesi, ma poi sono rimpasto per il doppio del tempo perché avevo bisogno di acquisire maggiore sicurezza” 

Pronto a intraprendere un’avventura, Luca vola a New York e sarà proprio qui che incontrerà per la prima volta il ramen.

“Mentre camminavo nell’East Village ho visto un bel gruppo di persone in fila in attesa di entrare in un locale. Incuriosito mi sono accodato anche io aspettando il mio turno per entrare da Ippudo (uno dei migliori ramen bar di New York). Prima di allora non sapevo nemmeno cosa fosse il ramen.”

È stato un vero colpo di fulmine per Luca, così ha cominciato ad assaggiare, fare ricerca, studiare, assaggiare, assaggiare e ancora assaggiare. Continuava a cucinare per lavoro, ma non il ramen. Dopo New York, Sidney e dopo ancora Londra. Qui lavora da Koya, famoso per gli udon, cioè un particolare tipo di tagliatelle di frumento servite con una zuppa. Non sono ancora ramen, ma comincia ad avvicinarsi agli ingredienti, ai sapori, ai gesti della cucina giapponese. Ma attenzione, non parliamo di sushi e sashimi, come forse ci siamo fin troppo abituati a identificare la cucina nipponica.

Poi è arrivato il momento di ritornare a casa: “Una volta ritornato a Milano, ho cercato dei posti dove mangiare un buon ramen, ma non trovavo un posto che mi soddisfacesse, così ho deciso di aprire io un ristorante dedicato al ramen”.

Dopo aver trovato il locale, un piccolo ma accogliente spazio nell’emergente quartiere isola, Luca parte per una full immersione di un mese in Giappone.

Ho assaggiato tantissimi ramen, per capire le diverse sfumature di sapore. In Giappone non è facile inserirsi in una cucina così ho cercato di capire tutto quello che potevo assaggiando, in ogni locale ordinavo diverse varianti, cercando di percepire le sfumature di sapore che ogni ingrediente apportava e cercando di rubare con gli occhi i gesti dalle cucine.

Considera che un ramen mangiato a Milano non potrà mai essere come uno gustato in Giappone, troppi chilometri ci separano, l’acqua è diversa, l’aria è diversa, ma questo si sa, succede per qualsiasi cibo quando viene gustato fuori dal suo ambiente. Anche spostandosi da una zona all’altra del Giappone si trovano diverse varianti, ognuna con la sua identità.

Per il mio ramen mi sono ispirato alla tradizione del tonkotsu ramen, che ha come base un brodo di maiale cotto per molte ore, ho scelto però di utilizzare ingredienti italiani di alta qualità e di alleggerire il brodo per renderlo più digeribile.”

La cucina è passata da essere solo un lavoro per mantenersi a un lavoro con la L maiuscola, fatto con grande passione, una passione che si alimenta ogni giorno con impegno e ricerca. Così ho chiesto a Luca qual è la cosa che preferisce della sua nuova attività.

Direi il riscontro diretto con le persone. Non sono molti i lavori che ti permettono di avere un rapporto così con i clienti, attraverso il cibo si instaura sempre un legame emozionale, capita magari che qualcuno si affacci in cucina prima di andare via per dirti che ha apprezzato la tua cucina e questo sicuramente ti lascia una bella sensazione. 

Apprezzo anche la quotidianità, quella stessa quotidianità del lavoro in cucina che all’inizio ammetto mi spaventava un po’. La ripetitività dei gesti, dell’esecuzione di un piatto, che in realtà non si ripete mai uguale, perché ogni volta si impara qualcosa di nuovo, si prova, si migliora.

 

Casa ramen è un progetto in continuo sviluppo ed è così che tra meno di due settimane aprirà una seconda casa ramen, questa volta SUPER. L’atmosfera sarà sempre informale e intima, ma il locale sarà un po’ più grande con una trentina di posti a sedere. La parola d’ordine è condivisione, ispirandosi al modello delle Izakaya, le tipiche osterie giapponesi dove i piatti vengono serviti al centro della tavola per essere condivisi da tutti i commensali. Mentre il cuore di casa ramen rimarrà il ramen, nel nuovo locale l’offerta sarà più ampia e comprenderà anche altri piatti tipici giapponesi.

E per noi principianti 😉 ho chiesto a Luca di suggerirmi 3 ramen da non perdere in giro per mondo:

Ippudo a Londra e Parigi

Go Ramen a New York

Slurp Ramen Joint a Copenaghen

…Il quarto lo aggiungo io: è il casa ramen di Milano. Materie prime italiane di grande qualità, servizio amichevole e un ambiente piccolino, ma accogliente in perfetto stile ramen-ya.

Ho pranzato da casa ramen pochi giorni fa, ma già ne sento la mancanza. Vuol dire che tornerò molto presto, magari per una recensione di casa ramen SUPER. E voi, se passate per Milano non lasciatevelo scappare!

 

 

 

 

 

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Oggi voglio raccontarvi una storia dal #SaporeDiverso, il sapore dei prodotti di stagione, dei mercati e dei piccoli produttori agricoli, il sapore del pane fatto in casa… ma è anche il sapore di una bella e giovane avventura imprenditoriale nel mondo del food. The Farmers è un food truck che gira l’Italia tra Festival,  mercatini vintage ed eventi di street food, e sempre più spesso presente nelle feste private, negli eventi aziendali e nei matrimoni.

Il nostro obiettivo è tornare alla terra, alla vita semplice e contadina. Per questo motivo la maggior parte dei prodotti che utilizziamo provengono da cascine e piccole aziende agricole, nel pieno rispetto della stagionalità delle materie prime.
Crediamo nel cibo di qualità e di provenienza sicura.
Abbiamo visitato personalmente ogni azienda, cascina e mercato che collabora con noi stringendo le mani di agricoltori e giovani imprenditori che mettono grande passione nel proprio lavoro, riappropriandoci anche dell’importanza del rapporto umano.

Ho conosciuto Federica all’Università, in tempi non sospetti, quando la cucina era una passione che trovava spazio nel tempo libero e forse ancora non immaginavamo che sarebbe diventata il nostro lavoro. Cosi quando ho iniziato a seguire su Facebook l’avventura di The Farmers ho sentito subito che c’era un’affinità con l’idea alla base di mycookingtherapy.

 

Allora conosciamo un po’ meglio Federica e il suo progetto:

Cosa ti ha spinto a cambiare radicalmente lavoro e vita?
L’idea nasce un po’ per caso dopo lunghe chiacchierate a confrontarci sulle nostre vite e passioni, sui nostri problemi e sulle visioni di quei mondi lavorativi che ci avevano così affascinati, ma anche molto delusi sotto diversi punti di vista.

In un momento particolare delle nostre vite, dopo i 30 anni, in un Paese che attraversa una forte crisi, in un mondo dove a tratti ti senti un po’ estraneo, abbiamo iniziato a chiederci: come saremo tra qualche anno? E cosa vogliamo fare del nostro prossimo futuro?

Volevamo creare qualcosa di nostro, sporcandoci le mani (nel vero senso della parola :D), lavorando duro come sempre abbiamo fatto, ma con un ritorno alle cose semplici che abbiamo riscoperto quando ci siamo fermati a riflettere un attimo e ci siamo trovati, non ci vergogniamo a dirlo, anche in serie difficoltà.

 


Perché hai scelto un lavoro nell’ambito del food? E perché un food truck?
Perché il cibo è una passione che accomuna me e il mio socio, nonché marito ormai 😀 Perché crediamo di vivere in un Paese che, se non altro sotto il punto di vista della varietà e diversità delle materie prime, è semplicemente meraviglioso. Abbiamo profumi, sapori e colori da far invidia a mezzo mondo e spesso ce ne dimentichiamo o lo diamo per scontato.

Perché il food truck? Perché fondamentalmente amiamo viaggiare e spostarci in continuazione. Lo dico sempre, voglio fare la zingara 😀 

Qual è la cosa che preferisci del tuo nuovo lavoro?
Una delle parti più belle del nostro lavoro è proprio quella di girare, conoscere tante persone nuove, visitare nuovi posti e far star bene la gente con le nostre proposte

C’è un piatto o un ricordo della tua infanzia legato alla cucina a cui sei particolarmente affezionata?
Sicuramente la frittata. Per noi è un ricordo d’infanzia, della nostra merenda, della campagna ed è anche il piatto che abbiamo scelto per iniziare questa avventura.

Volendo riappropriarci di un rapporto più vicino con la terra e con gli agricoltori e della semplicità, questo ci sembrava il piatto giusto. Povero, ma estremamente versatile, che in ogni regione italiana (ma anche nel mondo) viene realizzato in maniera diversa con gli ingredienti più vari.

Quali sono i progetti futuri di The Farmers?
I progetti futuri sono tanti. La nostra testa non smette mai di sfornare idee :D.
Vogliamo concentrarci ancora di più sui matrimoni e gli eventi privati e poi continuare la produzione delle nostre Jar.

 

Le jar sono delle vere e proprie ricette in barattolo, “versa, aggiungi e cuoci”, preparate con ingredienti e farine selezionate da cascine e piccole aziende agricole. Le proposte, sia dolci che salate, spaziano dai biscotti alle zuppe, dal vin brûlé alla cioccolata calda. Possono diventare delle bomboniere originali, dei perfetti pensierini di Natale o un regalo che si adatta a tante occasioni. Ce ne sono per tutte le tasche, dai 6 ai 16 euro e si possono acquistare direttamente sulla nostra Ape Car o Cargo Bike.

 

 

www.thefarmers.it  //  Facebook @thefarmers  // info@thefarmers.it

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Oggi pubblico la prima intervista su mycookingtherapy e per questa occasione c’è un’ospite davvero speciale: si tratta di Alida Gotta, la giovane ed eclettica finalista dell’ultima edizione di Masterchef.

Durante Masterchef Alida mi aveva subito colpita per la sua storia e per il suo rapporto con la cucina, così intenso e complesso. Si capiva che quell’apparente fragilità nascondeva in realtà una grande forza e determinazione, qualità che sono poi emerse nel corso delle puntate.

Qual è il tuo primo ricordo legato alla cucina? C’è una ricetta o un episodio, magari della tua infanzia, che ricordi con particolare affetto?

Sicuramente uno dei ricordi più belli che ho, legati alla cucina, è quello di quando preparavo la pasta choux insieme a mio nonno. Lui era un pasticcere ed io adoravo stare in cucina con lui.

A Masterchef hai raccontato come la cucina ti abbia aiutato a superare un cattivo rapporto con il cibo. Come ti sei avvicinata alla cucina e cosa ha rappresentato per te in quel momento?
Quali sensazioni ed emozioni ti dava lo stare ai fornelli?

Cucinare in realtà mi è sempre piaciuto, mettersi ai fornelli ti permette di liberare la mente e ti distrae per un po’ dai pensieri. La sensazione che preferisco è quella che si prova quando crei qualcosa di nuovo. È un momento che definirei intimo, scatta una scintilla che è solo tua e nessuno ti può togliere.

Condividere in TV questa parte così intima della tua vita non deve essere stato facile. Pensi che questa tua testimonianza possa in qualche modo aiutare chi sta vivendo quella stessa situazione?

Si, non è stato affatto facile. Avrei preferito che questo aspetto della mia vita privata non emergesse durante la trasmissione. Poi però molte persone hanno iniziato a contattarmi e a scrivermi per raccontarmi le loro esperienze, così ho capito che condividere con il pubblico questa parte di me aveva avuto un riscontro positivo e che la mia testimonianza poteva essere uno stimolo per chi stava affrontando questo problema.

Dopo Masterchef come è cambiato o come si è evoluto il tuo rapporto con la cucina?

Iniziando a lavorare il mio rapporto con la cucina è sicuramente cambiato. Questo è un lavoro che richiede molto impegno e tanta energia, ma ne vale la pena!

E ora quali progetti hai in mente per il futuro?

Da poco sono partiti due nuovi progetti:

Il primo è Alida TeenChef, una serie che va in onda sul mio canale you tube, dove si alternano dei tutorial sulle basi della cucina con altre puntate in cui aiuto dei giovanissimi ospiti a cucinare il loro “piatto perfetto”. 

Il secondo progetto, “Sogno da chef”, mi vede invece nelle vesti di conduttrice. È una gara tra giovani cuochi dilettanti che si sfidano cucinando il loro piatto forte, a giudicarli c’è giuria qualificata che cambia ad ogni puntata. Va in onda ogni domenica alle 12.30 su Life Channel (canale 810 di Sky)

Quale potrebbe essere il piatto che meglio rappresenta la tua personalità?

Non saprei dirti un piatto preciso… sicuramente sarebbe un piatto non tradizionale, ricco di contaminazioni. Una base di cucina classica con influenze giapponesi e i profumi delle spezie arabe. Buono, ma anche scenico, perché per me la cucina deve essere anche un po’ arte!

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Oggi come tutti i mercoledì a casa Spigariol Minatel si cucina insieme. Si tratta di un laboratorio culinario molto speciale, a cui questa mattina ho il piacere di partecipare anche io.

Casa Spigariol Minatel è una struttura residenziale per disabili adulti che attraverso la Fondazione Onlus “Il nostro domani” opera da ben 10 anni a Breda di Piave, nel trevigiano.

Io ho conosciuto per la prima volta questa realtà nel 2015, visitando la mostra fotografica Gust’Arte, un percorso di 14 foto che avevano come soggetto la passione per il cibo curato dai residenti e dagli operatori della comunità. Mi spiega Mariano, uno dei coordinatori, come la mostra non volesse parlare di disabilità con la disabilità, ma invece mettere in risalto i piatti realizzati, per permettere di capire come il buono e il bello del cibo ci accomuni tutti.

Tra tutti i progetti educativi, il laboratorio di cucina è sicuramente quello che da anni riscuote maggiore successo, un percorso pedagogico che inizia già il lunedì con la scelta della ricetta e prosegue il giorno dopo con un passaggio fondamentale, l’uscita per la spesa.

Nel frattempo ci ha raggiunto anche Giulia, la referente del laboratorio, che mi conferma come la spesa sia un momento di grande coinvolgimento. Ad ognuno viene assegnato un ingrediente, che va cercato tra gli scaffali del supermercato, scelto e pagato alla cassa. Uscire significa incontrare gente diversa, talvolta qualche conoscente, fermarsi a dire qualcosa, farsi capire e interagire.

Giulia mi spiega come la gestione del laboratorio richieda una grande energia. Per molti non è semplice ricordarsi cosa si deve fare, che ingredienti usare, quindi piano piano si prende la ricetta in mano e si comincia. Qualcuno va cercato nel corridoio e qualcun altro spronato ad alzarsi, ma una volta che tutti sono al proprio posto con grembiule e guanti si può cominciare: oggi si preparano i biscotti!

Maria Pia si fa subito portavoce degli altri e con curiosità mi chiede come mi chiamo e da dove vengo e poi mi racconta che lei è nata nel giorno di San Valentino mentre sceglie la formina a forma di cuore per i suoi biscotti.

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Giulia è attenta a coinvolgere anche Maria Grazia che è più silenziosa e concentrata nel decorare le stelle che ha appena preparato.

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E poi c’è Luciano che con grande attenzione e delicatezza stende la pasta frolla e con cura confeziona i suoi dolcetti. Non parla molto, ma il suo sorriso vale più di mille parole.

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Rimango sempre sorpresa da come la cucina riesca ad avvicinare subito le persone e a creare un clima disteso e familiare. In questo caso poi si cerca di fare anche molto di più: portare le persone ad avere maggiore autonomia, a rimanere concentrati su un’attività e ad interagire in gruppo.

Ognuno porta avanti il suo percorso con fatica, ma anche con la grande soddisfazione di vedere un qualcosa che prende forma dal proprio lavoro e che può essere condiviso con tutti gli altri, proprio come i biscotti di oggi.

 

 

E proprio per condividere anche con chi è esterno a Casa Spigariol Minatel, sono stati realizzati degli splendidi vasetti con tisane, preparati per torte e biscotti e ancora con le erbe aromatiche dell’orto (assolutamente Km 0!!!) che vengono donati a fronte di un’offerta a chiunque voglia portarsi a casa un pezzetto di questo lavoro fatto con impegno, passione e coraggio. Sono perfetti per delle bomboniere originali o come pensierini di Natale.

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Per conoscere meglio questa realtà e per tutti i contatti di Casa Spigariol Minatel, visitate il sito www.ilnostrodomani.org o la pagina Facebook Fondazione Il nostro domani.

 

 

 

 

 

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Oggi voglio proporre uno spunto di riflessione su un aspetto che reputo molto importante:
La cucina come testimonianza della propria identità culturale, ma anche e soprattutto come strumento per l’integrazione.

Sembra una cosa banale, ma imparare a conoscere la cultura gastronomica di un altro popolo assaggiando piatti diversi, a volte anche molto lontani dalle nostre abitudini, ci aiuta ad aprirci all’altro e ci educa a rispettare le diversità.

Spesso infatti sedersi a tavola, in viaggio o semplicemente in un ristorante etnico, è il modo più semplice e diretto di immergersi in una nuova cultura. Anche preparare un piatto della nostra tradizione da condividere può aiutare a farci conoscere meglio da chi non ha le nostre stesse origini.

Sicuramente lo hanno capito bene il piccolo gruppo di professionisti televisivi che si sono riuniti nel 2008 per ideare un nuovo programma di cucina andato in onda su Channel 2 in Israele.

Una serie di 10 puntate con alla conduzione due cuoche che, ognuna nella rispettiva cucina, si confrontavano su ricette e ingredienti.

Fin qui direte, niente di strano… se non fosse che le due donne scelte per il programma erano Tamar Rosen e Amal Fauzi, una istraeliana e l’altra palestinese.

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La serie Good Intentions estremamente coraggiosa e rivoluzionaria è stata diretta da Uri Barbash (film-maker israeliano formato alla London Film School con Mike Leigh negli anni settanta) e prodotta con la collaborazione di The Parents Circle families un’organizzazione che mette assieme famiglie israeliane e palestinesi vittime del conflitto.
Nel corso delle puntate le protagoniste si scambiano consigli culinari, ma soprattutto si confrontano sulla loro vita, sulla famiglia e sulla drammatica situazione politica.

Nonostante gli ostacoli, gradualmente le due donne iniziano a conoscersi, a ridere insieme, imparano l’una dall’altra e si supportano di fronte alle difficoltà e alle opposizioni che incontrano tra amici e parenti nazionalisti.
Il loro è un rapporto fragile messo a continua prova dai drammatici eventi che si susseguono, e che le colpiscono a volte anche molto da vicino, ma è anche la testimonianza della volontà di creare un piccolo ponte di pace.

 

Fonti:

Palestina-Israele: in cucina con il nemico – The Independent 4 luglio 2008 – Donald Macintyre

www.yezirah.com/english/good-intentions

Cucinoterapia – Roberta Schira – Ed. Salani

 

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