Sotto il cielo, sotto il cielo,

di Berlino, di Berlino,

mi mangio mezzo panino… e non ci penso più

Cosi cantano i Thegiornalisti, ma a dir la verità nella mia settimana berlinese ho mangiato molto di più di “mezzo panino” 😜

Ecco quindi i miei personalissimi suggerimenti (tutti testati!) su dove mangiare a Berlino:

 

1- non fatevi scappare lo street food!

Per me ormai è una regola: ogni volta che visito una nuova città, almeno una tappa la dedico al cibo di strada, perché penso che non ci sia niente di meglio e più diretto per entrare in contatto con la cultura gastronomica di un luogo. E guarda caso proprio nella zona del mio hotel, vicino la Kaiser-Wilhelm-Gedächtnis-Kirche (Chiesa commemorativa dell’Imperatore Guglielmo) ho trovato un fantastico mercatino con tutte le specialità locali, non poteva andare meglio di così: il famoso panino (più doppio che mezzo 😂) con würstel, crauti e senape e poi delle patate arrostire e ricoperte con una fantastica salsina allo yogurt.

 

2- sapori dal mondo


Come tutte le grandi capitali, anche Berlino è diventata una città cosmopolita che offre la possibilità di assaggiare le cucine più disparate e così per la prima cena scegliamo il Cocolo Ramen – Mitte. Un posticino piccolo, ma molto accogliente. Non fatevi spaventare dalla fila fuori, aspettare un po’ è una consuetudine nei ramen bar, ma ne vale la pena. Se è possibile sedetevi al bancone così potrete osservare i cuochi al lavoro!

 

3- cucina ebraica

Non perdetevi lo Scheunenviertel, una delle zone più antiche e carismatiche della città, anima della comunità ebraica berlinese. Proprio qui a due passi dalla nuova Sinagoga, potrete gustare un’ottima cucina kosher da Hummus & Friends! Ovviamente non potere non assaggiare l’hummus… ma vi consiglio anche il bulgur alle verdure e la melanzana ripiena!

 

4- per stare leggeri

Sempre in tema hummus & co, ma più adatto per un pranzetto veloce è Hope Superfood Deli, a due passi da Kaiser Wilhelm Platz nel quartiere Schoneberg. Adatto per vegani, vegetariani e celiaci.

 

5- pausa zen

La tappa noodle house non era prevista, ma vi assicuro che non è possibile passare davanti a The tree e non entrare. Lasciandoci alle spalle Bernauer Strasse, luogo cruciale per il muro di Berlino che ospita oggi un sito commemorativo estramente toccante, percorrete Brunnenstrasse per tornare in centro e fermatevi in questa oasi. Una volta varcata la soglia vi sembrerà di essere catapultati in un giardino zen, l’atmosfera è quasi irreale.I noodle sono ottimi, il personale sorridente e i prezzi molto abbordabili, una pausa rigenerante da non perdere!

 

5- la tradizione

Per l’ultimo suggerimento torniamo sul classico. È ora di cena e siamo sempre nel quartiere Scheunenviertel, sempre vicino alla nuova sinagoga, ma dalla parte opposta di Hummus&Friends. Lungo Oranienburger strasse troviamo Acht&dreissig, cucina tedesca e ambiente ricercato. I prezzi sono leggermente più alti, ma il rapporto qualità prezzo è ottimo e il servizio molto accurato. Noi abbiamo optato per un sostanzioso piatto unico: Wiener Schnitzel con patate e una fresca insalata di cetrioli. Il tutto abbinato ovviamente a una freschissima birra! Non potevamo concludere in modo migliore il nostro viaggio a Berlino…

 

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Oggi voglio raccontarvi un po’ la mia esperienza a Identità Golose – The International Chef Congress che si è svolto a Milano dal 4 al 6 marzo. Era la prima volta che partecipavo e non potevo trovare un tema più nelle mie corde: La forza della libertà – il viaggio.

Perché la cucina può essere un magnifico viaggio: viaggio alla scoperta di paesi lontani, di nuove tecniche e ingredienti, ma anche un viaggio nel proprio territorio per capirne tutte le potenzialità. O ancora un viaggio nel passato per conoscere a fondo le nostre tradizioni e magari interpretarle in chiave moderna, reinventandole. Infine ci può essere un viaggio interno, intimo, per affermare la libertà di essere fedeli a noi stessi al di là delle nostre origini o di come ci vedono gli altri.

Così dai gesti e dai piatti dei grandi chef ospiti di Identità traspare perfettamente come la cucina possa diventare un modo eccezionale di esprimere se stessi e la propria personalità.

Insomma è stata davvero un’esperienza illuminante, piena di ispirazione e nuovi stimoli che voglio cercare di condividere con voi.

 

Credit: Brambilla Serrani

Partiamo da una donna, Cristina Bowerman, una Chef che incarna perfettamente il concetto del viaggio: nel 1992 infatti parte da Roma con una laurea in giurisprudenza e vola a San Francisco per approfondire gli studi forensi. SI sposta poi a Austin dove concretizza la sua nuova passione per la cucina con una laurea in Culinary Art. Una volta tornata in Italia la nuova strada è ormai stata intrapresa e continua a Roma con il grande successo della Glass Hostaria. Come lei stessa afferma quella del viaggio è un’esigenza imprescindibile.

 

 

Credit: Brambilla Serrani

 

 

La contaminazione è però più di tecniche e cultura che di ingredienti veri e propri, come testimoniano i piatti che presenta a Identità: Un brodo di pollo ottenuto per distillazione con una tecnica tipica cinese servito con degli spaghetti alla maniera del ramen. E poi ancora una serie di mole (un piatto simbolo della cucina messicana a base di carne e cacao) ottenuto però dalla coda alla vaccinara.

 

 

 

 

 

Per Christian Puglisi del Relae di Copenaghen, originario di Messina e trasferitosi in Danimarca quando aveva 7 anni, la libertà è quella di essere fedeli a se stessi, senza farsi definire dalla propria origine, dai dogmi imposti o da come ci vedono gli altri. La libertà di sentirsi italiano, ma senza imposizioni, di sentirsi danexe o cittadino del mondo, libero di esprimere solo se stesso nella sua cucina.

 

 

 

Poi è il momento di Norbert Niederkofler del St. Hubertusle sue montagne dell’Alta Val Badia oggi danno un senso di protezione, ma come lui stesso ci racconta “quando sei giovane la curiosità di vedere cosa c’è oltre è forte e ti spinge a partire. Il limite, la restrizione sono in realtà uno stimolo ad usare la creatività e ad aprire la mente. Così ora ogni giorno è un viaggio.”

Una grandissima creatività che si esprime per esempio utilizzando uno stesso ingrediente a diversi step di maturazione o ancora utilizzando tutte le sue parti, dalle più nobili e pregiate a quelle considerate povere o di scarto.

 

 

 

 

Carlo Cracco confessa di aver scelto la scuola alberghiera proprio per avere la possibilità di viaggiare, il viaggio era nel suo DNA. E come a volte capita di visitare di nuovo uno stesso paese, ma con occhi nuovi, ci ha proposto un viaggio attraverso alcuni dei suoi piatti storici, rielaborati per creare qualcosa di nuovo. Come per esempio l’uovo marinato che diventa uno spaghetto.

 

 

 

 

Riccardo Camanini, premiato come cuoco dell’anno, propone un viaggio nel tempo, partendo dal testo di Apicio del 200 a.c. con il rognone al torchio, ma anche un viaggio nel tempo della nostra storia personale, con un piatto presente nella memoria di tutti noi: la minestrina. La minestra di Camanini è però ben lontana dal piatto un po’ triste e scolorito che possiamo ricordare noi, è invece un trionfo di colore e profumo dato dal pomodoro marinda e da un olio di cedro libanese che cresce direttamente nel giardino del Lido 84.

 

Niko Romito ha raccontato a Identità un tipo di viaggio molto particolare: quello dell’alta cucina nella ristorazione collettiva con il suo importante progetto in collaborazione con l’Ospedale Cristo Re di Roma.

L’idea è quella di portare un prodotto sano, buono e anche bello, nella ristorazione ospedaliera. E in questo modo poter regalare un sorriso in più anche in una stanza di ospedale, dove di solito il cibo non ha un grande appeal.

Le tecniche utilizzate sono quelle dell’alta cucina (sottovuoto, siringaggio, salamoia, utilizzo del vapore…) il tutto finalizzato a mantenere intatti principi nutritivi, sapori e colori, cercando di standardizzare il più possibile i procedimenti per renderli facilmente replicabili dagli operatori.

 

 

Direttamente da Lima arriva Palmiro Ocampo, giovane esponente di quella cucina sudamericana, e in particolare peruviana, che tanto attira l’attenzione nel panorama gastronomico di questi ultimi anni.

Il suo è un viaggio alla scoperta di se stesso, ma anche un viaggio etico, dall’impronta sociale molto forte, attento agli sprechi e alla cucina del riciclo.

Ne sono un esempio il recupero della pellicina della cipolla, fritta per pochi secondi e poi lasciata asciugare fino a diventare croccante o ancora gli gnocchi di platano dove viene utilizzata anche la buccia.

 

 

Vi vorrei lasciare infine con una frase di Massimo Bottura, chef patrón dell’Osteria francescana, che non ha bisogno di tante presentazioni:

“L’ingrediente più importante per i cuochi del futuro è la cultura”

Perché attraverso la cultura possiamo viaggiare anche senza partire. Scoprire il nostro territorio, aprirci agli altri e alle influenze straniere, ma prendendo allo stesso tempo coscienza del nostro passato, per creare una nuova cucina contemporanea.

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Oggi voglio proporre uno spunto di riflessione su un aspetto che reputo molto importante:
La cucina come testimonianza della propria identità culturale, ma anche e soprattutto come strumento per l’integrazione.

Sembra una cosa banale, ma imparare a conoscere la cultura gastronomica di un altro popolo assaggiando piatti diversi, a volte anche molto lontani dalle nostre abitudini, ci aiuta ad aprirci all’altro e ci educa a rispettare le diversità.

Spesso infatti sedersi a tavola, in viaggio o semplicemente in un ristorante etnico, è il modo più semplice e diretto di immergersi in una nuova cultura. Anche preparare un piatto della nostra tradizione da condividere può aiutare a farci conoscere meglio da chi non ha le nostre stesse origini.

Sicuramente lo hanno capito bene il piccolo gruppo di professionisti televisivi che si sono riuniti nel 2008 per ideare un nuovo programma di cucina andato in onda su Channel 2 in Israele.

Una serie di 10 puntate con alla conduzione due cuoche che, ognuna nella rispettiva cucina, si confrontavano su ricette e ingredienti.

Fin qui direte, niente di strano… se non fosse che le due donne scelte per il programma erano Tamar Rosen e Amal Fauzi, una istraeliana e l’altra palestinese.

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La serie Good Intentions estremamente coraggiosa e rivoluzionaria è stata diretta da Uri Barbash (film-maker israeliano formato alla London Film School con Mike Leigh negli anni settanta) e prodotta con la collaborazione di The Parents Circle families un’organizzazione che mette assieme famiglie israeliane e palestinesi vittime del conflitto.
Nel corso delle puntate le protagoniste si scambiano consigli culinari, ma soprattutto si confrontano sulla loro vita, sulla famiglia e sulla drammatica situazione politica.

Nonostante gli ostacoli, gradualmente le due donne iniziano a conoscersi, a ridere insieme, imparano l’una dall’altra e si supportano di fronte alle difficoltà e alle opposizioni che incontrano tra amici e parenti nazionalisti.
Il loro è un rapporto fragile messo a continua prova dai drammatici eventi che si susseguono, e che le colpiscono a volte anche molto da vicino, ma è anche la testimonianza della volontà di creare un piccolo ponte di pace.

 

Fonti:

Palestina-Israele: in cucina con il nemico – The Independent 4 luglio 2008 – Donald Macintyre

www.yezirah.com/english/good-intentions

Cucinoterapia – Roberta Schira – Ed. Salani

 

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Ci eravamo lasciati al Borough Market… Beh visto che non ho incontrato Jamie Oliver mentre facevo la spesa, ho deciso di andare a cercarlo nella sua scuola “The Jamie Oliver Cookery School”.

Sono quasi alla fine del mio viaggio a Londra e per concludere alla grande ho deciso di sperimentare una cooking therapy in perfetto stile londinese. D’altra parte ormai sono troppi giorni che non cucino e quindi mi prenoto per il corso di cucina giapponese “A taste of Japan”.

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La scuola si trova all’interno del Jamie’s Italian Restaurant al Westfield Shopping Center. All’ingresso vengo subito accolta da un ragazzo del team di Jamie (che scoprirò poi essere italiano), che mi spiega come si svolgerà il corso e mi consegna il mio grembiule. Sarà lui oggi a tenere la lezione. L’ambiente è giovane e accogliente e la cucina è già allestita con le varie attrezzature e gli ingredienti. Si lavora in coppia, ogni gruppo ha la sua postazione per replicare i gesti dello chef e così memorizzare meglio i passaggi.

 

 

 

Lo stile di Jamie è ben riconoscibile nelle spiegazioni del nostro chef, tutto è delicius, fresh, lovely…

La cosa mi fa quasi sorridere, ma poi vedo le espressioni dei miei compagni di corso e mi rendo conto che questa scelta attenta delle parole contribuisce molto a creare una bella atmosfera e a coinvolgerci.

Cosi oltre ad aver imparato a fare la salsa Teriyaki, ho preso coscienza che anche in cucina le parole sono molto importanti e hanno un ruolo fondamentale nel definire il nostro approccio alle materie prime e a come le trattiamo. Grazie Jamie per questo nuovo spunto di cooking therapy!

 

Ecco qui la ricetta del pollo Teriyaki e la foto del nostro risultato finale!

 

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Sono sempre in giro per Londra e questa mattina andiamo a fare la spesa in uno dei mercati più famosi della città, il Borough Market.

imageimageForse non vi ho ancora detto che una delle cose più belle e divertenti quando si inizia a cucinare è proprio andare in giro a ricercare le materie prime migliori. I mercati delle città sono un’esplosione di colori, profumi e suoni. Camminando tra i banchi, impariamo la provenienza, le caratteristiche e la stagionalità dei prodotti. Possiamo chiacchierare con i venditori, chiedere informazioni e consigli e spesso anche assaggiare prima di acquistare.

Borough Market è uno dei mercati più antichi di Londra, dove probabilmente anche William Shakespeare e Charles Dickens hanno passeggiato tra i banchi e dove oggi si può comprare, mangiare e fare corsi di cucina.

 

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L’atmosfera è sempre molto viva e frizzante, si passa dalle bancarelle dei formaggi al pane, dai fiori alle spezie (di cui ho fatto scorta), oltre ovviamente a frutta e verdura. E quando si è stanchi e soprattutto affamati, basta scegliere uno dei tanti street food e gustarsi il pranzo su una delle panchine del Market Hall.

 

 

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Io ho assaggiato un delizioso Scotch Egg (cioè una sfera di polpettone con all’interno un uovo sodo, il tutto panato e fritto… si insomma una cosa leggera :)) con patate dolci fritte e insalatina.

 

 

 

 

Per rimanere in tema, come CookingTherapy di questa settimana io vi consiglio un bel giretto nel vostro mercato locale. Non pensate a nessuna ricetta, andate e lasciatevi ispirare da quello che trovate!

Io invece continuo a girare, chissà che non incontri Jamie Oliver che fa la spesa… Ma questa è tutta un’altra storia 😉

 

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Oggi Mycookingtherapy vi scrive direttamente da London City!

Perché la cooking therapy non va mai in vacanza, anzi quale migliore occasione di un viaggio a Londra per trovare nuovi spunti sul mondo della cucina e del cibo.

Per quello che riguarda la mia esperienza fino ad ora, viaggiare e conoscere nuovi posti passa inevitabilmente attraverso la scoperta di nuovi piatti e magari nuovi sapori. Provare la cucina locale è sempre stato per me il modo più naturale e diretto di entrare in contatto con un nuovo luogo o una diversa cultura e sicuramente Londra, forse più di altre città, offre la possibilità di sperimentare moltissimo.
Cucina indiana, giapponese, thai, marocchina, libanese, greca, coreana, messicana… La lista è praticamente infinita e va dai ristoranti classici, ai locali small & buzzy (che potremmo tradurre come piccolo e frizzante, sicuramente la mia categoria preferita) allo street food (anzi no, questa è in assoluto la mia categoria preferita! 😜)
Ma partiamo con ordine. Per prima cosa ci servono dei nuovi libri di cucina da riportare a casa come speciale souvenir 😁
Destinazione: Books For Cooks – 4 Blenheim Cres, Notting Hill, London W11 1NN

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Questo piccolo e accogliente gioiellino di Notting Hill è specializzato in libri di cucina.
Si, avete capito bene, solo libri di cucina o che hanno a che fare con la cucina e il cibo.
Davvero unica nel suo genere, con il suo angolo Test Kitchen dove ogni giorno vengono testate nuove ricette e servite ai tavoli sistemati tra gli scaffali, per un pranzo diverso dal solito. Purtroppo io non posso fermarmi, la prossima tappa mi aspetta. Quindi vado alla cassa e poi via!

Ah… che libri ho comprato?
Vediamo… Ne riparliamo una volta a casa! 😉

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