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Oggi si inaugura una nuova sezione di mycookingtherapy, tutta dedicata ai bambini! Con tanti spunti su come preparare piatti adatti al loro gusto, idee e suggerimenti per farli mangiare un po’ di tutto (…comprese le verdure!), ma  soprattutto una cookingtherapy speciale per coinvolgerli in cucina!

Ma partiamo subito con il primo articolo, per capire che cosa influenza i bambini quando si trovano davanti a un piatto!

Spesso i bambini proprio non ne vogliono sapere di mangiare quello che hanno nel piatto e così noi adulti insistiamo, ci agitiamo, ci arrabbiamo, ma poi finiamo per arrenderci. Ma cosa si potrebbe fare per attrarli maggiormente e convincerli a mangiare anche quella verdura di cui proprio non ne vogliono sapere?

Uno studio del 2011 della Cornell University si è occupato proprio di questo, indagando cosa attrae visivamente i bambini e che tipo di presentazione del cibo può influenzare le loro scelte.

23 bambini (pre-adolescenti) e 46 adulti sono stati messi di fronte a una serie di foto con diverse combinazioni di cibi che variavano secondo il numero di alimenti, il loro posizionamento nel piatto, i colori, l’organizzazione, ecc…. per testare le loro preferenze.

Proprio come noi adulti, anche i bambini mangiano prima con gli occhi, ma a differenza nostra che siamo attratti da portate con al massimo tre colori, amano ancora di più la varietà quindi piatti con tanti elementi e almeno 6 colori diversi! Secondo gli autori questa preferenza per la diversità rappresenta un punto fondamentale che può aprire nuove opportunità per favorire una dieta più variata dal punto di vista nutrizionale.

Per stimolare ancora di più la loro attenzione si può poi posizionare il cibo nella parte anteriore del piatto, quella di fronte a loro, meglio ancora se si riesce a creare delle semplici raffigurazioni come un sorriso o la forma di un cuore.

Secondo Brian Wansink, professore di marketing alla Cornell Dyson School di Economia Applicata e Management, questo studio mostra come ci sia la possibilità di rendere più attraenti anche i cibi meno amati dai bambini.

Quindi stasera a cena, via libera a colore e creatività!

 

Se non sapete da dove cominciare, provate con le formine taglia biscotti (ce n’è almeno una in ogni casa :)) per dare una forma diversa al pane, al prosciutto o ad una fetta di formaggio. Se non sono fatte di plastica potete anche usarle come stampino per cuocere le uova o ancora più semplicemente per impiattare alimenti più morbidi come la ricotta o del purè!

Per mantenere vivi e brillanti i colori, soprattutto delle verdure cotte, c’è da fare un po’ di attenzione in cottura. Non preoccupatevi, nel prossimo articolo vi darò qualche semplice suggerimento per mettere nel piatto  verdure sempre coloratissime e invitanti!

 

 

 

 

 

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Un paio di settimane fa ho deciso che era giunto il momento di rispolverare il mio inglese e mi sono iscritta a un corso. Ovviamente anche le mie sperimentazioni in cucina hanno iniziato ad orientarsi su un gusto più British… quindi via libera a pancakes, brownies, apple pie, cookies, fish&chips…e così ho pensato: perché non trovare un metodo per cucinare e allo stesso tempo studiare l’inglese…. o qualsiasi altra lingua straniera!

Ecco un po’ di idee che mi sono venute in mente:

Scaricate da internet una ricetta in inglese, meglio ancora se tipica (così sarà ancora più facile immergersi nell’atmosfera 😉) e prima di mettervi ai fornelli cercate di tradurre i vari passaggi e individuate le parole nuove che ancora non conoscevat (io utilizzo wordreference.com come dizionario online). Mentre cucinate cercate di ripetere a voce alta i nomi degli ingredienti man mano che li utilizzate e cercate di spiegare il procedimento, come se steste cucinando davanti a qualcuno. Un po’ come fanno gli Chef in TV! 😬 Mi raccomando partite con ricette semplici perché usando un’altra lingua lo sforzo sarà maggiore!

Il web è pieno zeppo di video ricette in inglese. Io adoro i video Food Tube di Jamie Oliver, danno degli ottimi spunti in cucina e allo stesso tempo vi permette di allenare la comprensione e migliorare la pronuncia.

Se invece volete fare pratica conversando con qualcuno, chiedete a un amico/a di aiutarvi a cucinare e sforzatevi di parlare solo in inglese. Poi godetevi la cena, magari davanti ad un bel film in lingua originale.

Nessuna idea per il week end?… Organizzate un brunch o un happy hour a casa vostra a tema. Unica regola: si parla solo inglese!

Se volete coinvolgere i vostri bambini, scegliete una ricetta semplice e prima di iniziare a cucinare preparate insieme a loro dei cartellini colorati con i nomi in inglese degli ingredienti che userete. Per esempio si presta molto bene a questo gioco una macedonia coloratissima con tanta frutta diversa. Sarà una merenda fresca, divertente e molto istruttiva!

 

Sul web ho trovato un paio di indirizzi davvero molto utili, provate a dare un’occhiata qui:

Mmmenglish è un video corso di inglese davvero molto carino, le video lezioni prendono spunto da temi food per approfondire argomenti di grammatica, espressioni, modi di dire e vocabolario.

Se siete dei tradizionalisti e non volete rinunciare al classico libro di ricette da poter sfogliare, sottolineare e riempire di post it QUI troverete di sicuro quello che fa per voi!

So let’s start your English Cooking Therapy!

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Può la cucina essere un importante strumento di riabilitazione e reinserimento sociale?

La risposta è si! E I Dolci di Giotto ne sono un concreto esempio con il loro laboratorio “non convenzionale” che unisce un importante progetto sociale con l’eccellenza nell’arte pasticcera.

La cooperativa Giotto gestisce infatti un laboratorio di pasticceria in una realtà molto particolare come quella della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova. Lì, ogni giorno si sfornano dolci freschi, brioches, biscotti e nel periodo natalizio anche un panettone che ha ricevuto importanti riconoscimenti di qualità da giurie di settore e che viene venduto con successo in Italia e in giro per il mondo. Pensate che può vantare tra i suoi estimatori dei “palati speciali” come Papa Benedetto XVI e Papa Francesco.

Un mestiere come quello del pasticcere richiede grande attenzione, pazienza e rispetto per la materia, per questo ci sono sei maestri pasticceri che coordinano un gruppo di 25 allievi detenuti e a seconda delle inclinazioni e capacità di ognuno li indirizzano alle varie fasi di preparazione, facendo loro intraprendere un importante cammino lavorativo e di cambiamento. Un processo di crescita che tende a valorizzare l’impegno del singolo, ma sempre inserito nella dimensione del lavoro di squadra.

I detenuti hanno la possibilità di occupare il tempo in modo attivo, riappropiandosi o apprendendo per la prima volta la cultura del lavoro, usufruendo di un percorso formativo specifico che offrirà loro una possibilità di occupazione una volta usciti. Il lavoro restituisce loro dignità e senso del vivere.

Attraverso un regolare contratto di lavoro che permette loro di percepire un reddito, hanno la possibilità di sostenere la famiglia di origine e dare un contributo alla società.

Attraverso l’assunzione di responsabilità si innesca un percorso di cambiamento, una specie di allenamento verso la libertà.

Ma a livello di riabilitazione ci sono dei risultati tangibili? Direi che parlano i dati: secondo le statistiche, in Italia la recidiva dei detenuti che tornano in libertà si aggira intorno all’80%. Nel caso dei detenuti coinvolti nel laboratorio della cooperativa Giotto la percentuale scende incredibilmente sotto il 2%. Un risultato positivo che evidentemente riguarda tutta la società e che si basa sull’articolo 27 della nostra Costituzione, secondo cui chi sbaglia deve essere rieducato e reinserito nella società meglio di prima.

E se volete ancora un po’ di numeri, pensate che quest’anno con i panettoni della solidarietà, le praline e i dolci del Santo sono stati raccolti ben 15.752,10 € che, tramite l’Associazione Santa Lucia per la Cooperazione e lo sviluppo tra i popoli, vanno a sostenere vari progetti di solidarietà tra cui la ricostruzione di una scuola elementare nel Comune di Amatrice.

 

Ora però parliamo anche un po’ di dolci, perché per Pasqua I Dolci di Giotto stanno preparando moltissimi prodotti che vanno dalle colombe tradizionali a quelle più originali come quella al mandarino o alla pesca e albicocca, ma anche le Veneziane, tipiche focacce di antica tradizione veneta. Tutti i prodotti seguono una lunga lievitazione e vengono confezionati con un ciclo di lavorazione di 72 ore, utilizzando ingredienti naturali e di grande qualità. E poi ci sono immancabili le uova di cioccolato!

 

 

 

Sul sito idolcidigiotto.it potete trovare l’elenco dei punti vendita presenti in tutta Italia, ma potete anche acquistare direttamente on-line. Per assicurarsi la spedizione entro Pasqua è necessario inviare l’ordine entro il 10 aprile, quindi andate subito a dare un’occhiata!

 

 

 

 

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Oggi voglio raccontarvi un po’ la mia esperienza a Identità Golose – The International Chef Congress che si è svolto a Milano dal 4 al 6 marzo. Era la prima volta che partecipavo e non potevo trovare un tema più nelle mie corde: La forza della libertà – il viaggio.

Perché la cucina può essere un magnifico viaggio: viaggio alla scoperta di paesi lontani, di nuove tecniche e ingredienti, ma anche un viaggio nel proprio territorio per capirne tutte le potenzialità. O ancora un viaggio nel passato per conoscere a fondo le nostre tradizioni e magari interpretarle in chiave moderna, reinventandole. Infine ci può essere un viaggio interno, intimo, per affermare la libertà di essere fedeli a noi stessi al di là delle nostre origini o di come ci vedono gli altri.

Così dai gesti e dai piatti dei grandi chef ospiti di Identità traspare perfettamente come la cucina possa diventare un modo eccezionale di esprimere se stessi e la propria personalità.

Insomma è stata davvero un’esperienza illuminante, piena di ispirazione e nuovi stimoli che voglio cercare di condividere con voi.

 

Credit: Brambilla Serrani

Partiamo da una donna, Cristina Bowerman, una Chef che incarna perfettamente il concetto del viaggio: nel 1992 infatti parte da Roma con una laurea in giurisprudenza e vola a San Francisco per approfondire gli studi forensi. SI sposta poi a Austin dove concretizza la sua nuova passione per la cucina con una laurea in Culinary Art. Una volta tornata in Italia la nuova strada è ormai stata intrapresa e continua a Roma con il grande successo della Glass Hostaria. Come lei stessa afferma quella del viaggio è un’esigenza imprescindibile.

 

 

Credit: Brambilla Serrani

 

 

La contaminazione è però più di tecniche e cultura che di ingredienti veri e propri, come testimoniano i piatti che presenta a Identità: Un brodo di pollo ottenuto per distillazione con una tecnica tipica cinese servito con degli spaghetti alla maniera del ramen. E poi ancora una serie di mole (un piatto simbolo della cucina messicana a base di carne e cacao) ottenuto però dalla coda alla vaccinara.

 

 

 

 

 

Per Christian Puglisi del Relae di Copenaghen, originario di Messina e trasferitosi in Danimarca quando aveva 7 anni, la libertà è quella di essere fedeli a se stessi, senza farsi definire dalla propria origine, dai dogmi imposti o da come ci vedono gli altri. La libertà di sentirsi italiano, ma senza imposizioni, di sentirsi danexe o cittadino del mondo, libero di esprimere solo se stesso nella sua cucina.

 

 

 

Poi è il momento di Norbert Niederkofler del St. Hubertusle sue montagne dell’Alta Val Badia oggi danno un senso di protezione, ma come lui stesso ci racconta “quando sei giovane la curiosità di vedere cosa c’è oltre è forte e ti spinge a partire. Il limite, la restrizione sono in realtà uno stimolo ad usare la creatività e ad aprire la mente. Così ora ogni giorno è un viaggio.”

Una grandissima creatività che si esprime per esempio utilizzando uno stesso ingrediente a diversi step di maturazione o ancora utilizzando tutte le sue parti, dalle più nobili e pregiate a quelle considerate povere o di scarto.

 

 

 

 

Carlo Cracco confessa di aver scelto la scuola alberghiera proprio per avere la possibilità di viaggiare, il viaggio era nel suo DNA. E come a volte capita di visitare di nuovo uno stesso paese, ma con occhi nuovi, ci ha proposto un viaggio attraverso alcuni dei suoi piatti storici, rielaborati per creare qualcosa di nuovo. Come per esempio l’uovo marinato che diventa uno spaghetto.

 

 

 

 

Riccardo Camanini, premiato come cuoco dell’anno, propone un viaggio nel tempo, partendo dal testo di Apicio del 200 a.c. con il rognone al torchio, ma anche un viaggio nel tempo della nostra storia personale, con un piatto presente nella memoria di tutti noi: la minestrina. La minestra di Camanini è però ben lontana dal piatto un po’ triste e scolorito che possiamo ricordare noi, è invece un trionfo di colore e profumo dato dal pomodoro marinda e da un olio di cedro libanese che cresce direttamente nel giardino del Lido 84.

 

Niko Romito ha raccontato a Identità un tipo di viaggio molto particolare: quello dell’alta cucina nella ristorazione collettiva con il suo importante progetto in collaborazione con l’Ospedale Cristo Re di Roma.

L’idea è quella di portare un prodotto sano, buono e anche bello, nella ristorazione ospedaliera. E in questo modo poter regalare un sorriso in più anche in una stanza di ospedale, dove di solito il cibo non ha un grande appeal.

Le tecniche utilizzate sono quelle dell’alta cucina (sottovuoto, siringaggio, salamoia, utilizzo del vapore…) il tutto finalizzato a mantenere intatti principi nutritivi, sapori e colori, cercando di standardizzare il più possibile i procedimenti per renderli facilmente replicabili dagli operatori.

 

 

Direttamente da Lima arriva Palmiro Ocampo, giovane esponente di quella cucina sudamericana, e in particolare peruviana, che tanto attira l’attenzione nel panorama gastronomico di questi ultimi anni.

Il suo è un viaggio alla scoperta di se stesso, ma anche un viaggio etico, dall’impronta sociale molto forte, attento agli sprechi e alla cucina del riciclo.

Ne sono un esempio il recupero della pellicina della cipolla, fritta per pochi secondi e poi lasciata asciugare fino a diventare croccante o ancora gli gnocchi di platano dove viene utilizzata anche la buccia.

 

 

Vi vorrei lasciare infine con una frase di Massimo Bottura, chef patrón dell’Osteria francescana, che non ha bisogno di tante presentazioni:

“L’ingrediente più importante per i cuochi del futuro è la cultura”

Perché attraverso la cultura possiamo viaggiare anche senza partire. Scoprire il nostro territorio, aprirci agli altri e alle influenze straniere, ma prendendo allo stesso tempo coscienza del nostro passato, per creare una nuova cucina contemporanea.

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Dopo il post di San Valentino dedicato al cioccolato mi piace l’idea di continuare per questo mese con il tema dell’amore… e quale modo migliore se non attraverso la poesia.

Vi sarà sicuramente capitato di sentire la pubblicità di una nota marca di passata di pomodoro dove le immagini di freschi e rossi pomodori sono incalzate da un testo poetico molto suggestivo. Forse però non tutti hanno fatto caso alla citazione finale, si tratta infatti di “Ode al pomodoro”, una famosa poesia di Pablo Neruda, poeta cileno considerato una delle più importanti figure della letteratura latino-americana contemporanea.

Personaggio temuto ed ostacolato dal regime cileno per la sua militanza nel partito Comunista e costretto a lunghi anni di esilio. Ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1971 ed è stato definito da Gabriel Garcia Marquez come il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua.

Considerato uno dei poeti d’amore più intensi ha però dedicato molti dei suoi versi anche ad aspetti della vita più semplici e quotidiani come l’amore per il cibo e la cucina. E così tra l’ode al carciofo guerriero, la cipolla da cui sgorga l’unica lacrima senza pena e il vino color del giorno e della notte, riscopriamo la bellezza anche nelle piccole cose.

Sarà che il pomodoro è senza dubbio il mio ingrediente preferito, sarà che non è ancora la sua stagione e per questo sento ancora di più la sua mancanza, ma mi è proprio venuta voglia di rileggere le parole di Neruda, magari mentre già mi immagino qualche nuova ricettina per quest’estate.

 

Ode al pomodoro di Pablo Neruda

La strada
si riempì di pomodori,
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di un pomodoro,
scorre
per le strade
il succo.
In dicembre
senza pausa
il pomodoro,
invade
le cucine,
entra per i pranzi,
si siede
riposato
nelle credenze,
tra i bicchieri,
le matequilleras
la saliere azzurre.
Emana
una luce propria,
maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo,
assassinarlo:
affonda
il coltello
nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare
si lascia
cadere
l’olio,
figlio
essenziale dell’ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno
il prezzemolo
issa
la bandiera,
le patate
bollono vigorosamente,
l’arrosto
colpisce
con il suo aroma
la porta,
è ora!
andiamo!
e sopra
il tavolo, nel mezzo
dell’estate,
il pomodoro,
astro della terra,
stella
ricorrente
e feconda,
ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l’insigne pienezza
e l’abbondanza
senza ossa,
senza corazza,
senza squame né spine,
ci offre
il dono
del suo colore focoso
e la totalità della sua freschezza.

 

 

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Febbraio è il mese degli innamorati, San Valentino è ormai alle porte con le sue cenette a lume di candela, regali e regalini, cuori e cuoricini… ma per fortuna c’è lui! Il Signor CIOCCOLATO che viene in soccorso anche di noi poveri single, assillati da tutti quei piccoli cupido che sembrano guardarci un po’ storto dalle vetrine dei negozi e delle pasticcerie 😬

Questa settimana vi propongo quindi una piccola degustazione film+food (ve ne avevo parlato qualche post fa… se non vi ricordate leggete QUI!) perfetta per le coppiette innamorate, ma anche per i cuori infranti e i single convinti, insomma è adatta a tutti!

Il film è “Chocolat(un classico dei classici 😊) e il food? …cioccolato ovviamente!!!

l’idea è quella di sciegliere diversi tipi di cioccolato e in piccole dosi, mi raccomando, degustarli nel corso del film. Ecco qualche suggerimento:

  • Le fave di cacao sono perfette come primo assaggio, le trovate nei negozi specializzati, ma anche in molti supermercati e negozi bio. Si trovano sia crude che tostate, o ancora ricoperte di cioccolato
  • Io preferisco il cioccolato fondente, ma se non volete rinunciare al gusto più morbido del cioccolato al latte ricordatevi di partire sempre da quello con minor contenuto di cacao andando in crescendo (la gradazione vuole quindi bianco, al latte, fondente, etc.) in modo da non alterare l’analisi degli aromi.
  • Portate il cioccolato sotto al naso e cercate di individuare gli aromi primari del cacao e quelli secondari che variano di cacao in cacao (i profumi si sentono più intensamente nella parte dove la tavoletta viene spezzata) Cosa percepite? Vaniglia, caffè, tabacco? O ancora frutti, miele, caramello? Il profumo è un aspetto molto importante perché prepara la lingua al sapore che sta per arrivare.
  • Preferite la qualità alla quantità! Meglio scegliere una piccola tavoletta di grande qualità anche se ci costa un po’ di più.
  • Un assaggio di cioccolato di Modica non può mancare, con la sua consistenza granulosa regala un’esperienza molto particolare al palato (La particolare consistenza del cioccolato di Modica è data dall’assenza del concaggio, cioè una fase della produzione del cioccolato che consiste in un mescolamento intensivo degli ingredienti ad una temperatura controllata e che rende il cioccolato uniforme)
  • Via libera al cioccolato aromatizzato, ma senza esagerare. Partite dai gusti più tradizionali e poi concedetevi 1 o 2 assaggi più strani (es. peperoncino, pepe rosa, arancia…) Oppure provate il cioccolato abbinato con il sale, se non riuscite a trovarlo nei negozi, procuratevi del fleur de sal e mettetene 1 o 2 fiocchetti su un quadratino di cioccolato.

Ecco la mia personalissima degustazione ❤️:

Fave di cacao tostate della Repubblica Dominicana (Maglio)

Dark Chocolate 72% Domori (leggermente speziato)

Cioccolato fondente extra 70% Nero Perugina

Cioccolato fondente Vanini con rosmarino

Cioccolato fondente di Modica (Dolce Modica)

e per chiudere in bellezza… un Cuneese al rum della Domori

 

 

Alla dieta ci pensiamo da domani 😜

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“A Road to Mental Health Through the Kitchen” (“una strada per la salute e il benessere mentale attraverso la cucina“), questo il titolo di un servizio pubblicato sul Wall Street Journal già nel 2014 che parla di come la cucina stia diventando sempre più uno strumento utilizzato da centri e cliniche per ricercare il benessere mentale.

Un significativo esempio è la Newport Academy di Bethlehem, un centro di cura per adolescenti nel Connecticut, che utilizza le lezioni di cucina come sostegno nel trattamento dei disturbi mentali e delle dipendenze da sostanze.

Come spiega Patricia D’Alessio, lo chef responsabile delle lezioni, durante le due ore di corso i ragazzi si esercitano nel taglio delle verdure e la seguono nella preparazione di varie ricette, come per esempio la versione sana e casalinga dei loro cibi preferiti. Ma cosa ancora più importante focalizzano la loro mente su qualcosa di positivo. Cucinando, i ragazzi si divertono e distolgono la loro attenzione dai pensieri negativi dettati dalla loro situazione, fanno terapia senza sentirne il peso.

Concentrare la mente in qualcosa di concreto che coinvolge le nostre mani e i sensi, permette di smettere di rimuginare su pensieri negativi, ottenendo una “riattivazione comportamentale“. In cucina le ricette da realizzare sono obiettivi che, una volta raggiunti, possono essere anche condivisi con gli altri, aiutando ad accrescere la fiducia in se stessi e allo stesso tempo la socializzazione. Le persone che soffrono di depressione spesso si sentono socialmente isolate, racconta Helen Tafoya, clinical manager del programma di riabilitazione psicosociale del University of New Mexico Psychiatric Center di Albuquerque, quindi avere un’occasione per stare in cucina o intorno a un tavolo con altre persone può aiutarle ad accrescere la loro sicurezza e le abilità sociali.

Nel trattamento della depressione la cucina può aiutare a superare le fasi di stasi e inattività attraverso comportamenti orientati, con obiettivi da raggiungere, che contrastano la tendenza a procrastinare e l’inattività. Inoltre come sottolinea Catana Brown, occupational therapist a Glendale, in Arizona, imparare a realizzare pasti sani e nutrienti, facendo attenzione anche alle giuste porzioni, può aiutare a contrastare e gestire l’aumento di peso che spesso si associa all’assunzione di farmaci per il trattamento della depressione.

 

 

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Ci sono vite e storie che attendono la loro occasione, il loro ingrediente segreto. Salvo scoprire di essere loro stessi l’ingrediente segreto e trovare nella cucina ciò che manca nella loro vita.

Ci eravamo lasciati con la promessa di raccontare la storia dello chef Niko Romito e di spiegarvi perché mycookingtherapy è così affezionata a questo personaggio.

La storia di Niko Romito, non è semplicemente quella dello chef di un ristorante di grande successo, ma una storia sulla forza della convinzione nel perseguire un sogno e un progetto.

Nel 1998 Niko Romito è uno studente ventiquattrenne di economia e commercio a cui mancano solo 5 esami per laurearsi, vive a Roma e progetta di diventare broker finanziario.

Ma la vita stravolge i suoi piani. Quando il padre si ammala improvvisamente Niko decide di tornare a Rivisondoli, tra i monti dell’Abruzzo, per farsi carico del ristorante di famiglia in attesa che il padre si riprenda. Questo purtroppo non accade e così la scomparsa del padre cambia definitivamente la sua vita. All’inizio pensa di vendere il ristorante e tornare ai suoi studi, ma poi capisce che i progetti di suo padre ora sono diventati i suoi e decide di portarli avanti.

[…] Mio zio quando lo venne a sapere, cercò di dissuadermi […] Sul momento non seppi spiegargli cosa mi spingesse in quella direzione. Sentivo solo che era quella giusta per me. […] Un po’ come mio padre, decisi di inventarmi cuoco e di cominciare a fare qualche esperienza dietro i fornelli. Volevo provare, testare, sperimentare. Uno strano entusiasmo si era impossessato di me e proprio non mi riusciva di contenerlo. […] Sentivo che quel mondo mi apparteneva, e forse il ritorno alle radici, il rispetto per i progetti di mio padre non erano che una scusa inconscia per gettarmi anima e corpo in un percorso nel quale mi riconoscevo sempre di più. […]

L’ingresso in cucina sarà rivelatore per Niko che scoprirà la sua vera strada. La cucina lo ha trovarlo e gli ha rivelato la sua occasione. E lui non esita a coglierla, si butta a capofitto in questa nuova e travolgente passione. Si rimette a studiare, frequenta alcuni corsi incastrandoli nei giorni di chiusura del locale, e poi sperimenta e fa tante prove ai fornelli del locale.

E così il ragazzo che, come racconta lui stesso mangiava mozzarella e ketchup, oggi ha raggiunto i vertici della gastronomia mondiale dimostrando che la passione e la tenacia possono fare la differenza, anche se si percorre un sentiero non collaudato.

Io la trovo una storia incredibile e di grande ispirazione per chi vuole intraprendere il mestiere del cuoco, ma anche per chiunque voglia portare avanti un progetto, un’impresa. Sapere che qualcuno ce l’ha fatta e alla grande, può dare una carica di energia molto forte, perché è un esempio reale che vale più di mille teorie.

E poi è un’ulteriore testimonianza di come la cucina sia in grado di appassionare, unire, far superare momenti difficili e a volte risvegliare qualcosa dentro di noi che non pensavamo di avere.

Nell’Alchimista di Paulo Choelo ho letto una frase che mi ha colpito molto: “Quando desideri una cosa, tutto l’Universo trama affinché tu possa realizzarla”. […] Finora, quando ho voluto fortemente qualcosa, si sono create le condizioni perché si realizzasse […] Perfino le situazioni meno promettenti, quelle in cui tutto sembrava andare storto, si sono rivelate davvero favorevoli, come se il destino avesse voluto guidarmi, mentre io gli permettevo di farlo. […]

Io vi consiglio di leggere tutta la storia di Romito nel libro “Apparentemente semplice. La mia cucina ritrovata” edito da Sperling & Kupfer e spero che vi appassioni come ha fatto con me.

 

 

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10 lezioni di cucina
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Buon martedì! È quasi ora di pranzo… e allora eccovi servito un nuovo libro nel piatto perché per avvicinarsi alla cucina e quindi alla cooking therapy si può iniziare anche dalla lettura di un buon libro!

E chissà che “il libro nel piatto” non diventi un appuntamento fisso, visto che (lo confesso 😉) sono un’accumulatrice seriale di libri di cucina. Intendiamoci bene, non intendo solo le classiche raccolte di ricette, ma libri che parlano di cucina, storie legate alla cucina, nuove idee di cucina, magari di grandi chef.

Ed è proprio quest’ultimo il caso di oggi: “10 lezioni di cucina” di Niko Romito un libro solo apparentemente semplice, proprio come la cucina di cui parla.

Niko Romito è lo chef abruzzese del ristorante Reale di Castel di Sangro, che in soli 7 anni ha conquistato ben 3 stelle Michelin e che ho iniziato a conoscere proprio attraverso questa lettura.

Come dice il titolo, si tratta di 10 capitoli, ognuno incentrato su un concetto base di cucina, che ci guida passo passo nella filosofia dello chef: semplicità, stratificazione, evoluzione, equilibrio, archetipo, salute, vegetale, dolce, pane e degustazione.

[…] Ho imparato a essere grato dei limiti – geografici ed economici – con cui mi misuro tutti i giorni: se da un lato mi fanno dormire poco e mi impongono sacrifici immensi, dall’altro mi hanno aiutato ad emergere. Se il mare fosse stato calmo forse mi sarei limitato a fare il morto. […]

[…] Il punto di partenza è la materia prima […] Lavoro sull’ingrediente, cercando di risvegliare una forza centripeta, non centrifuga. Non voglio che l’ingrediente si disperda, ma che esploda in bocca in tutta la sua vitalità. […]

[…] Occorre avete grandissimo rispetto per la materia prima […] Per rispettarla bisogna innanzi tutto conoscerla, vale a dire sapere di cosa ha bisogno per esprimere il meglio di se, ma soprattutto occorre eliminare il proprio ego dall’equazione gastronomica per raggiungere uno stato in cui è la materia prima stessa a comunicare ciò di cui ha bisogno, come vuole essere gestita e preparata. […]

È sicuramente un testo molto utile per gli aspiranti cuochi (come me 😬), ma anche per tutti coloro che sono appassionati di cucina e cercano nuovi spunti di riflessione.

Si può leggere tranquillamente in una serata, infatti è un libricino alto poco più di un centimetro, ma è talmente denso di informazioni che sicuramente sarete tentati di riprenderlo in mano e rileggerlo, per assaporarlo fino in fondo e per coglierne tutte le sfumature, anzi tutti i sapori!

Niko Romito è uno dei protagonisti a cui mycookingtherapy è più affezionata e non solo per la sua visione così personale e innovativa di cucina, ma anche per la sua storia di chef e per il suo non convenzionale ingresso nel mondo della cucina. Ma questa è tutta un’altra storia, quindi… appuntamento al prossimo articolo!

 

 

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Ormai avrete capito che la mia cooking therapy inizia molto prima di entrare in cucina e cioè quando si va a fare la spesa per scegliere gli ingredienti da mettere nel piatto!

Nei supermercati siamo immersi da messaggi e informazioni, nomi accattivanti, colori e immagini spesso fuorvianti e scegliere tra tante alternative diventa a volte difficile. Ricordiamoci che l’immagine sulle confezioni ha una funzione puramente indicativa, ogni prodotto ha però una carta d’identità molto importante che non può trarre in inganno e che ci dice esattamente cosa contiene … è la sua ETICHETTA.

Quindi la cosa da fare è fingere che tutte le confezioni esposte siano completamente bianche e che per scegliere sia necesario girarle perché tutto quello che ci interessa è sul retro.

Fate una prova, dirigetevi allo scaffale del prodotto che vi serve, prendete la confezione che acquistate di solito o quella più semplice e giratela. All’inizio farete fatica e ci vorrà un po’ più di tempo, ma vi assicuro che ne vale la pena. Scoprirete tante cose su quello che mangiate di solito e potrete fare una scelta più consapevole.

Ecco quindi 5 semplici suggerimenti per imparare a leggere le etichette e scegliere al meglio cosa portare a casa:

* 1 Gli ingredienti sono sempre scritti in ordine decrescente, quindi da quello presente in maggiore quantità a diminuire via via. Preferite prodotti con un elenco ingredienti breve perché less is more!

* 2 Occhio alle sigle! È importante imparare a riconoscere le principali sigle presenti sulle confezioni o in etichetta perché ci permettono di evitare prodotti con ingredienti geneticamente modificati (OGM) o con troppi additivi (date un’occhiata alla tabella formulata da Fondazione Veronesi per un approfondimento). Dall’altro lato esistono sigle e simboli a garanzia della qualità dei prodotti (DOC, BIO…). Per esempio quando comprate le uova scegliete quelle di galline allevate all’aperto o biologiche, perche se gli animali vivono bene producono sicuramente uova più buone e più sane. Per capire quali sono, controllate il codice alfanumerico presente sul guscio, il primo numero dovrà essere 0 (per biologico) o 1 (per l’allevamento all’aperto).

* 3 Attenzione al tipo di grassi! Dopo lo scoppio della polemica sull’olio di palma molte confezioni hanno iniziato a riportare la scritta “senza olio di palma”, ma voi leggete sempre sul retro quali grassi sono stati utilizzati per sostituirlo. Meglio preferire prodotti con olio extra vergine di oliva, olio di semi di girasole o burro.

* 4 Diamo un taglio agli zuccheri! Sarete sorpresi di vedere quanti prodotti che si proclamano senza zucchero in realtà contengano dolcificanti di ogni tipo. Un esempio pratico: quando comprate i succhi di frutta, preferite quelli con la scritta “100% succo di…”, controllate in etichetta e vedrete che non ci sono zuccheri aggiunti. Solitamente sono quelli di arancia o ananas, ma ora si cominciano a trovare anche di pera e albicocca. Una spesa di pochi centesimi in più che vale la pena per la vostra salute e quella dei vostri bambini!

* 5 E infine un suggerimento valido soprattutto per i prodotti freschi come frutta e verdura, ma anche per il pesce e la carne: leggete la provenienza e preferite prodotti coltivati o allevati in Italia (meglio ancora se nel vostro territorio). Prima di tutto perché l’Italia è tra i paesi con i più alti standard di controllo qualità (una garanzia non da poco) e poi perché il prodotto sopporta minori stress di trasporto. Questo spesso si traduce in maggiore qualità e prezzi inferiori.

Allora buona lettura e buona spesa… sempre più consapevole!

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