Come promesso ecco la prima ricetta della nuova rubrica!

Iniziamo alla grande il mese di agosto con dei crostini al salmone freschi e sfiziosi, perfetti per i vostri aperitivi, e soprattutto molto semplici e veloci da fare.

Io li preparo molto spesso soprattutto d’estate, perfetti anche per un pranzo veloce senza bisogno di accendere i fornelli. Unico problema: uno tira l’altro!

 

Ingredienti per circa 15 crostini

  • 15 crostini croccanti
  • 150 gr di salmone affumicato
  • 80 gr di formaggio fresco  (usate il caprino per un gusto più intenso o la ricotta per esaltare il sapore del salmone)
  • 1 mazzetto di erba cipollina
  • 1 limone non trattato (useremo solo la buccia)
  • pepe rosa in bacche

In una ciotola lavorate con una forchetta il formaggio, l’erba cipollina tritata (usate una forbice per tagliarla finemente), la buccia di limone (solo la parte gialla mi raccomando!) e il pepe rosa leggermente schiacciato (potete schiacciare le bacche di pepe con la lama larga di un coltello oppure usare un piccolo mortaio o ancora avvolgere le bacche con della carta forno e schiacciarle con il batticarne o il mattarello).

Tagliate il salmone a striscioline e arrotolatele intorno al dito indice in modo da formare delle piccole rose. Spalmate la crema sui crostini, aggiungete il salmone e decorate con un po’ di buccia di limone e qualche filetto di erba cipollina. 

Ora manca solo un ottimo prosecco ghiacciato e il vostro aperitivo per festeggiare il primo agosto è pronto!

 

 

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È vero, il motto di mycookingtherapy è “non solo ricette”… leggendo i miei post ormai lo avrete capito, mi piace parlare di cucina sotto tanti aspetti diversi!

Ultimamente però ho ricevuto parecchie richieste di spunti e ricette e la voglia di condividere i miei esperimenti in cucina è tanta…

Quindi mi sono detta, perché no?! 

So, let’s cook! Partiamo con questa nuova sezione del blog in cui pubblicherò le mie ricette preferite con le indicazioni su come realizzarle e magari qualche trucchetto da chef 😉

Non vi spaventate se non sempre troverete le dosi esatte per ogni ingrediente, perché credo…anzi sono convinta, che in cucina si debba seguire anche un po’ l’istinto, provare, sperimentare e piano piano allenare il proprio gusto. Fidatevi di me, sarà molto più divertente!

Ora tutti ai fornelli! A prestissimo con la prima ricetta! 😊

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Come vi avevo promesso ecco qualche semplice trucchetto per mantenere vivo e brillante il colore delle vostre verdure cotte e preparare così dei piattini sani ancora più invitanti!

Spesso a casa quando si preparano le verdure bollite, si lasciano cuocere a lungo nell’acqua e poi si scolano e si lasciano raffreddare lentamente. Vi suona familiare?

Tranquilli siete in buona compagnia, quasi tutti fanno così 😜 In realtà però questo modo di procedere ha una serie di svantaggi. Per prima cosa una cottura troppo prolungata in acqua fa perdere ai vegetali troppe sostanze nutritive rendendo la loro consistenza molliccia. Avremo così nel piatto delle verdure dal colore spento che tendono a sfaldarsi… direi non molto invitanti, soprattutto per i bambini 😕

La soluzione in realtà è semplice:

Partiamo dalla cottura. Accorciamo un po’ i tempi, prendiamo spunto dalla pasta e scegliamo una cottura al dente! Il buono delle verdure sta anche nella loro consistenza un po’ croccante che stimola il palato, come per esempio avviene nella cottura saltata al wok!

Per una buona cottura omogenea è molto importante tagliare le verdure in pezzi più regolari possibile in modo che si cucinino tutti allo stesso modo.

Ogni verdura richiede tempi leggermente diversi, affidatevi al vostro gusto e assaggiate sempre, oppure fate la “prova forchetta”: provate a infilzare un pezzo di verdura con una forchetta o la lama di un coltello, se entra facilmente con una leggera pressione, ci siamo!

Colore sempre brillante! Se preparate delle verdure bollite che non vengono servite immediatamente, un semplice trucchetto per mantenere il colore è quello di farle raffreddare velocemente immerse in acqua e ghiaccio. In questo modo la cottura si blocca e i colori si fissano.

Il ghiaccio ha un’importanza fondamentale in cucina! Consideratelo come un ingrediente di base vero e proprio che non deve mai mancare. Oltre che per raffreddare le verdure cotte, funziona benissimo anche con quelle crude. Se state preparando un pinzimonio, man mano che tagliate carote, sedano e finocchi, immergeteli in acqua e ghiaccio per mantenere i colori brillanti e una consistenza fresca e croccante!

Aggiungetene qualche cubetto anche nel frullatore per preparare frullati e succhi di frutta e verdura dal colore sempre invitante, ma anche per un pesto verde brillante e non ossidato.

Cosa significa “sbianchire” le verdure?

Anche le verdure in padella spesso perdono colore e consistenza rendendo i contorni poco invitanti.

Nelle cucine dei ristoranti si fa spesso la “sbianchitura” che consiste semplicemente nell’immergere le verdure crude per alcuni decine di secondi in acqua bollente salata per poi raffreddarle in acqua e ghiaccio.

Una sorta di cottura preliminare che ci permette non solo di fissare il colore, ma anche di preparare in anticipo la ricetta per poi finirla più velocemente in padella insaporendo le nostre verdure come più ci piace, anche semplicemente lucidate con un filo d’olio extra vergine.

La sbianchitura è utilissima anche per togliere la pelle ai pomodori: lasciate bollire per 20 secondi, raffreddate e il gioco è fatto!

E infine una spruzzata di limone: Il limone è un perfetto antiossidante da spruzzare sulla frutta tagliata o sull’avocado per non farli annerire! Man mano che pulite i carciofi, conservateli in una ciotola piena d’acqua con mezzo limone spremuto dentro, li aiuterà a non annerire.

Ora siete pronti per un menù a tutto colore!!!

 

 

 

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Sembra ieri che pubblicavo il mio primo articolo sul blog, con mille dubbi e incertezze. Era partito tutto come un gioco e invece dopo un anno eccoci ancora qua.

Caro mycookingtherapy mi hai dato la possibilità di esprimere una parte di me che forse ancora non conoscevo bene, attraverso il piacere di scrivere e raccontare quello che amo di più: la cucina.

Una cucina però fatta non solo di ricette, ma di storie, di persone, di chi attraverso la cucina ha cambiato vita, di chi nella cucina ha trovato qualcosa o si è ritrovato.

Oggi compi un anno, sei ancora piccolino e hai bisogno di crescere, ma giorno dopo giorno, post dopo post, continueremo a farlo!

Grazie mycookingtherapy!

 

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Oggi si inaugura una nuova sezione di mycookingtherapy, tutta dedicata ai bambini! Con tanti spunti su come preparare piatti adatti al loro gusto, idee e suggerimenti per farli mangiare un po’ di tutto (…comprese le verdure!), ma  soprattutto una cookingtherapy speciale per coinvolgerli in cucina!

Ma partiamo subito con il primo articolo, per capire che cosa influenza i bambini quando si trovano davanti a un piatto!

Spesso i bambini proprio non ne vogliono sapere di mangiare quello che hanno nel piatto e così noi adulti insistiamo, ci agitiamo, ci arrabbiamo, ma poi finiamo per arrenderci. Ma cosa si potrebbe fare per attrarli maggiormente e convincerli a mangiare anche quella verdura di cui proprio non ne vogliono sapere?

Uno studio del 2011 della Cornell University si è occupato proprio di questo, indagando cosa attrae visivamente i bambini e che tipo di presentazione del cibo può influenzare le loro scelte.

23 bambini (pre-adolescenti) e 46 adulti sono stati messi di fronte a una serie di foto con diverse combinazioni di cibi che variavano secondo il numero di alimenti, il loro posizionamento nel piatto, i colori, l’organizzazione, ecc…. per testare le loro preferenze.

Proprio come noi adulti, anche i bambini mangiano prima con gli occhi, ma a differenza nostra che siamo attratti da portate con al massimo tre colori, amano ancora di più la varietà quindi piatti con tanti elementi e almeno 6 colori diversi! Secondo gli autori questa preferenza per la diversità rappresenta un punto fondamentale che può aprire nuove opportunità per favorire una dieta più variata dal punto di vista nutrizionale.

Per stimolare ancora di più la loro attenzione si può poi posizionare il cibo nella parte anteriore del piatto, quella di fronte a loro, meglio ancora se si riesce a creare delle semplici raffigurazioni come un sorriso o la forma di un cuore.

Secondo Brian Wansink, professore di marketing alla Cornell Dyson School di Economia Applicata e Management, questo studio mostra come ci sia la possibilità di rendere più attraenti anche i cibi meno amati dai bambini.

Quindi stasera a cena, via libera a colore e creatività!

 

Se non sapete da dove cominciare, provate con le formine taglia biscotti (ce n’è almeno una in ogni casa :)) per dare una forma diversa al pane, al prosciutto o ad una fetta di formaggio. Se non sono fatte di plastica potete anche usarle come stampino per cuocere le uova o ancora più semplicemente per impiattare alimenti più morbidi come la ricotta o del purè!

Per mantenere vivi e brillanti i colori, soprattutto delle verdure cotte, c’è da fare un po’ di attenzione in cottura. Non preoccupatevi, nel prossimo articolo vi darò qualche semplice suggerimento per mettere nel piatto  verdure sempre coloratissime e invitanti!

 

 

 

 

 

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Un paio di settimane fa ho deciso che era giunto il momento di rispolverare il mio inglese e mi sono iscritta a un corso. Ovviamente anche le mie sperimentazioni in cucina hanno iniziato ad orientarsi su un gusto più British… quindi via libera a pancakes, brownies, apple pie, cookies, fish&chips…e così ho pensato: perché non trovare un metodo per cucinare e allo stesso tempo studiare l’inglese…. o qualsiasi altra lingua straniera!

Ecco un po’ di idee che mi sono venute in mente:

Scaricate da internet una ricetta in inglese, meglio ancora se tipica (così sarà ancora più facile immergersi nell’atmosfera 😉) e prima di mettervi ai fornelli cercate di tradurre i vari passaggi e individuate le parole nuove che ancora non conoscevat (io utilizzo wordreference.com come dizionario online). Mentre cucinate cercate di ripetere a voce alta i nomi degli ingredienti man mano che li utilizzate e cercate di spiegare il procedimento, come se steste cucinando davanti a qualcuno. Un po’ come fanno gli Chef in TV! 😬 Mi raccomando partite con ricette semplici perché usando un’altra lingua lo sforzo sarà maggiore!

Il web è pieno zeppo di video ricette in inglese. Io adoro i video Food Tube di Jamie Oliver, danno degli ottimi spunti in cucina e allo stesso tempo vi permette di allenare la comprensione e migliorare la pronuncia.

Se invece volete fare pratica conversando con qualcuno, chiedete a un amico/a di aiutarvi a cucinare e sforzatevi di parlare solo in inglese. Poi godetevi la cena, magari davanti ad un bel film in lingua originale.

Nessuna idea per il week end?… Organizzate un brunch o un happy hour a casa vostra a tema. Unica regola: si parla solo inglese!

Se volete coinvolgere i vostri bambini, scegliete una ricetta semplice e prima di iniziare a cucinare preparate insieme a loro dei cartellini colorati con i nomi in inglese degli ingredienti che userete. Per esempio si presta molto bene a questo gioco una macedonia coloratissima con tanta frutta diversa. Sarà una merenda fresca, divertente e molto istruttiva!

 

Sul web ho trovato un paio di indirizzi davvero molto utili, provate a dare un’occhiata qui:

Mmmenglish è un video corso di inglese davvero molto carino, le video lezioni prendono spunto da temi food per approfondire argomenti di grammatica, espressioni, modi di dire e vocabolario.

Se siete dei tradizionalisti e non volete rinunciare al classico libro di ricette da poter sfogliare, sottolineare e riempire di post it QUI troverete di sicuro quello che fa per voi!

So let’s start your English Cooking Therapy!

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Avete mai sentito parlare di team building? Si tratta di tutte quelle attività extra-lavorative che vengono organizzate dalle aziende per aumentare lo spirito di gruppo tra i suoi dipendenti, favorendo la conoscenza e la collaborazione.

Sempre più spesso il luogo prescelto per organizzare questo tipo di attività è proprio la cucina! Vista come ottima metafora del lavoro in azienda, permette di sviluppare spirito collaborativo, competitivo e dirigenziale.

Se pensiamo alla brigata, il gruppo di lavoro di una cucina più o meno grande, possiamo individuare diverse figure, come lo Chef (il capo) che coordina il lavoro e affida i diversi compiti agli Chef di partita, che a loro volta con l’aiuto dei commis (aiutanti), portano a termine le varie preparazioni.

Ognuno ha un ruolo ben preciso all’interno del gruppo, con compiti e responsabilità, ma il tutto è sempre finalizzato a raggiungere un obiettivo comune che sarà portare a termine il servizio nel migliore dei modi o più semplicemente realizzare una ricetta.

Così anche nella preparazione di un semplice piatto ci sarà un progetto iniziale (ricetta), un budget da rispettare (con cui calcolare la lista della spesa), la divisione dei compiti e le rispettive responsabilità (chi prepara cosa), un timing da seguire (tutti devono essere ben coordinati tra loro) e soprattutto un obiettivo che tutti dovranno aver bene in mente (come dovrà essere il piatto finale?).

Ma non dimentichiamoci che parte integrante delle attività di team building è soprattutto il divertimento

Beh, la cucina permette senza dubbio di sperimentare anche questa parte, non solo nel corso della preparazione, ma anche con la degustazione finale dove ci si potranno scambiare pareri e nuove idee e condividere la soddisfazione per il risultato raggiunto.

Ormai praticamente tutte le scuole di cucina offrono un servizio di “corsi per aziende/gruppi”.

Ecco qui qualche nome in giro per l’Italia:

Accademia Barilla (Parma)

Sale & Pepe Group (Spinea – Ve)

Congusto (Milano)

Gambero Rosso (Roma)

Quindi se lavorate in un’azienda, grande o piccola che sia, perché non provare a proporre una bella serata in cucina per stimolare lo spirito di gruppo! Tutti ai fornelli!!!

 

 

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Può la cucina essere un importante strumento di riabilitazione e reinserimento sociale?

La risposta è si! E I Dolci di Giotto ne sono un concreto esempio con il loro laboratorio “non convenzionale” che unisce un importante progetto sociale con l’eccellenza nell’arte pasticcera.

La cooperativa Giotto gestisce infatti un laboratorio di pasticceria in una realtà molto particolare come quella della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova. Lì, ogni giorno si sfornano dolci freschi, brioches, biscotti e nel periodo natalizio anche un panettone che ha ricevuto importanti riconoscimenti di qualità da giurie di settore e che viene venduto con successo in Italia e in giro per il mondo. Pensate che può vantare tra i suoi estimatori dei “palati speciali” come Papa Benedetto XVI e Papa Francesco.

Un mestiere come quello del pasticcere richiede grande attenzione, pazienza e rispetto per la materia, per questo ci sono sei maestri pasticceri che coordinano un gruppo di 25 allievi detenuti e a seconda delle inclinazioni e capacità di ognuno li indirizzano alle varie fasi di preparazione, facendo loro intraprendere un importante cammino lavorativo e di cambiamento. Un processo di crescita che tende a valorizzare l’impegno del singolo, ma sempre inserito nella dimensione del lavoro di squadra.

I detenuti hanno la possibilità di occupare il tempo in modo attivo, riappropiandosi o apprendendo per la prima volta la cultura del lavoro, usufruendo di un percorso formativo specifico che offrirà loro una possibilità di occupazione una volta usciti. Il lavoro restituisce loro dignità e senso del vivere.

Attraverso un regolare contratto di lavoro che permette loro di percepire un reddito, hanno la possibilità di sostenere la famiglia di origine e dare un contributo alla società.

Attraverso l’assunzione di responsabilità si innesca un percorso di cambiamento, una specie di allenamento verso la libertà.

Ma a livello di riabilitazione ci sono dei risultati tangibili? Direi che parlano i dati: secondo le statistiche, in Italia la recidiva dei detenuti che tornano in libertà si aggira intorno all’80%. Nel caso dei detenuti coinvolti nel laboratorio della cooperativa Giotto la percentuale scende incredibilmente sotto il 2%. Un risultato positivo che evidentemente riguarda tutta la società e che si basa sull’articolo 27 della nostra Costituzione, secondo cui chi sbaglia deve essere rieducato e reinserito nella società meglio di prima.

E se volete ancora un po’ di numeri, pensate che quest’anno con i panettoni della solidarietà, le praline e i dolci del Santo sono stati raccolti ben 15.752,10 € che, tramite l’Associazione Santa Lucia per la Cooperazione e lo sviluppo tra i popoli, vanno a sostenere vari progetti di solidarietà tra cui la ricostruzione di una scuola elementare nel Comune di Amatrice.

 

Ora però parliamo anche un po’ di dolci, perché per Pasqua I Dolci di Giotto stanno preparando moltissimi prodotti che vanno dalle colombe tradizionali a quelle più originali come quella al mandarino o alla pesca e albicocca, ma anche le Veneziane, tipiche focacce di antica tradizione veneta. Tutti i prodotti seguono una lunga lievitazione e vengono confezionati con un ciclo di lavorazione di 72 ore, utilizzando ingredienti naturali e di grande qualità. E poi ci sono immancabili le uova di cioccolato!

 

 

 

Sul sito idolcidigiotto.it potete trovare l’elenco dei punti vendita presenti in tutta Italia, ma potete anche acquistare direttamente on-line. Per assicurarsi la spedizione entro Pasqua è necessario inviare l’ordine entro il 10 aprile, quindi andate subito a dare un’occhiata!

 

 

 

 

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Oggi voglio raccontarvi un po’ la mia esperienza a Identità Golose – The International Chef Congress che si è svolto a Milano dal 4 al 6 marzo. Era la prima volta che partecipavo e non potevo trovare un tema più nelle mie corde: La forza della libertà – il viaggio.

Perché la cucina può essere un magnifico viaggio: viaggio alla scoperta di paesi lontani, di nuove tecniche e ingredienti, ma anche un viaggio nel proprio territorio per capirne tutte le potenzialità. O ancora un viaggio nel passato per conoscere a fondo le nostre tradizioni e magari interpretarle in chiave moderna, reinventandole. Infine ci può essere un viaggio interno, intimo, per affermare la libertà di essere fedeli a noi stessi al di là delle nostre origini o di come ci vedono gli altri.

Così dai gesti e dai piatti dei grandi chef ospiti di Identità traspare perfettamente come la cucina possa diventare un modo eccezionale di esprimere se stessi e la propria personalità.

Insomma è stata davvero un’esperienza illuminante, piena di ispirazione e nuovi stimoli che voglio cercare di condividere con voi.

 

Credit: Brambilla Serrani

Partiamo da una donna, Cristina Bowerman, una Chef che incarna perfettamente il concetto del viaggio: nel 1992 infatti parte da Roma con una laurea in giurisprudenza e vola a San Francisco per approfondire gli studi forensi. SI sposta poi a Austin dove concretizza la sua nuova passione per la cucina con una laurea in Culinary Art. Una volta tornata in Italia la nuova strada è ormai stata intrapresa e continua a Roma con il grande successo della Glass Hostaria. Come lei stessa afferma quella del viaggio è un’esigenza imprescindibile.

 

 

Credit: Brambilla Serrani

 

 

La contaminazione è però più di tecniche e cultura che di ingredienti veri e propri, come testimoniano i piatti che presenta a Identità: Un brodo di pollo ottenuto per distillazione con una tecnica tipica cinese servito con degli spaghetti alla maniera del ramen. E poi ancora una serie di mole (un piatto simbolo della cucina messicana a base di carne e cacao) ottenuto però dalla coda alla vaccinara.

 

 

 

 

 

Per Christian Puglisi del Relae di Copenaghen, originario di Messina e trasferitosi in Danimarca quando aveva 7 anni, la libertà è quella di essere fedeli a se stessi, senza farsi definire dalla propria origine, dai dogmi imposti o da come ci vedono gli altri. La libertà di sentirsi italiano, ma senza imposizioni, di sentirsi danexe o cittadino del mondo, libero di esprimere solo se stesso nella sua cucina.

 

 

 

Poi è il momento di Norbert Niederkofler del St. Hubertusle sue montagne dell’Alta Val Badia oggi danno un senso di protezione, ma come lui stesso ci racconta “quando sei giovane la curiosità di vedere cosa c’è oltre è forte e ti spinge a partire. Il limite, la restrizione sono in realtà uno stimolo ad usare la creatività e ad aprire la mente. Così ora ogni giorno è un viaggio.”

Una grandissima creatività che si esprime per esempio utilizzando uno stesso ingrediente a diversi step di maturazione o ancora utilizzando tutte le sue parti, dalle più nobili e pregiate a quelle considerate povere o di scarto.

 

 

 

 

Carlo Cracco confessa di aver scelto la scuola alberghiera proprio per avere la possibilità di viaggiare, il viaggio era nel suo DNA. E come a volte capita di visitare di nuovo uno stesso paese, ma con occhi nuovi, ci ha proposto un viaggio attraverso alcuni dei suoi piatti storici, rielaborati per creare qualcosa di nuovo. Come per esempio l’uovo marinato che diventa uno spaghetto.

 

 

 

 

Riccardo Camanini, premiato come cuoco dell’anno, propone un viaggio nel tempo, partendo dal testo di Apicio del 200 a.c. con il rognone al torchio, ma anche un viaggio nel tempo della nostra storia personale, con un piatto presente nella memoria di tutti noi: la minestrina. La minestra di Camanini è però ben lontana dal piatto un po’ triste e scolorito che possiamo ricordare noi, è invece un trionfo di colore e profumo dato dal pomodoro marinda e da un olio di cedro libanese che cresce direttamente nel giardino del Lido 84.

 

Niko Romito ha raccontato a Identità un tipo di viaggio molto particolare: quello dell’alta cucina nella ristorazione collettiva con il suo importante progetto in collaborazione con l’Ospedale Cristo Re di Roma.

L’idea è quella di portare un prodotto sano, buono e anche bello, nella ristorazione ospedaliera. E in questo modo poter regalare un sorriso in più anche in una stanza di ospedale, dove di solito il cibo non ha un grande appeal.

Le tecniche utilizzate sono quelle dell’alta cucina (sottovuoto, siringaggio, salamoia, utilizzo del vapore…) il tutto finalizzato a mantenere intatti principi nutritivi, sapori e colori, cercando di standardizzare il più possibile i procedimenti per renderli facilmente replicabili dagli operatori.

 

 

Direttamente da Lima arriva Palmiro Ocampo, giovane esponente di quella cucina sudamericana, e in particolare peruviana, che tanto attira l’attenzione nel panorama gastronomico di questi ultimi anni.

Il suo è un viaggio alla scoperta di se stesso, ma anche un viaggio etico, dall’impronta sociale molto forte, attento agli sprechi e alla cucina del riciclo.

Ne sono un esempio il recupero della pellicina della cipolla, fritta per pochi secondi e poi lasciata asciugare fino a diventare croccante o ancora gli gnocchi di platano dove viene utilizzata anche la buccia.

 

 

Vi vorrei lasciare infine con una frase di Massimo Bottura, chef patrón dell’Osteria francescana, che non ha bisogno di tante presentazioni:

“L’ingrediente più importante per i cuochi del futuro è la cultura”

Perché attraverso la cultura possiamo viaggiare anche senza partire. Scoprire il nostro territorio, aprirci agli altri e alle influenze straniere, ma prendendo allo stesso tempo coscienza del nostro passato, per creare una nuova cucina contemporanea.

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Un po’ di tempo fa stavo cercando l’ispirazione per un nuovo articolo, volevo scrivere partendo da un film, avevo in mente The ramen girl, vi ricordate? Il film in cui la protagonista decideva di seguire il suo fidanzato in Giappone per poi alla fine innamorarsi profondamente si… ma del ramen.

Mentre cercavo un po’ di informazioni sui ramen mi sono imbattuta nella storia di Luca Catalfamo e di casa ramen Anche la sua storia è legata al ramen, ma non si tratta di un film, lui infatti il ramen lo cucina davvero, e così bene da essere l’unico straniero presente al museo del ramen di Shin-Yokohama.

 

 

 

 

 

 

 

Ma partiamo dall’inizio. E l’inizio è a trent’anni quando Luca decide di lasciare la sua azienda di pulizie per cominciare a viaggiare in giro per il mondo. La cucina non è il suo obiettivo e nemmeno la sua passione (non ancora), è lo strumento che gli permetterà di mantenersi mentre viaggia. Così prima di partire fa uno stage al ristorante Liberty di Milano, “era il mio ristorante preferito, così ho bussato alla loro porta e mi sono proposto di aiutare in cucina in cambio di formazione. Dovevo fermarmi solo tre mesi, ma poi sono rimpasto per il doppio del tempo perché avevo bisogno di acquisire maggiore sicurezza” 

Pronto a intraprendere un’avventura, Luca vola a New York e sarà proprio qui che incontrerà per la prima volta il ramen.

“Mentre camminavo nell’East Village ho visto un bel gruppo di persone in fila in attesa di entrare in un locale. Incuriosito mi sono accodato anche io aspettando il mio turno per entrare da Ippudo (uno dei migliori ramen bar di New York). Prima di allora non sapevo nemmeno cosa fosse il ramen.”

È stato un vero colpo di fulmine per Luca, così ha cominciato ad assaggiare, fare ricerca, studiare, assaggiare, assaggiare e ancora assaggiare. Continuava a cucinare per lavoro, ma non il ramen. Dopo New York, Sidney e dopo ancora Londra. Qui lavora da Koya, famoso per gli udon, cioè un particolare tipo di tagliatelle di frumento servite con una zuppa. Non sono ancora ramen, ma comincia ad avvicinarsi agli ingredienti, ai sapori, ai gesti della cucina giapponese. Ma attenzione, non parliamo di sushi e sashimi, come forse ci siamo fin troppo abituati a identificare la cucina nipponica.

Poi è arrivato il momento di ritornare a casa: “Una volta ritornato a Milano, ho cercato dei posti dove mangiare un buon ramen, ma non trovavo un posto che mi soddisfacesse, così ho deciso di aprire io un ristorante dedicato al ramen”.

Dopo aver trovato il locale, un piccolo ma accogliente spazio nell’emergente quartiere isola, Luca parte per una full immersione di un mese in Giappone.

Ho assaggiato tantissimi ramen, per capire le diverse sfumature di sapore. In Giappone non è facile inserirsi in una cucina così ho cercato di capire tutto quello che potevo assaggiando, in ogni locale ordinavo diverse varianti, cercando di percepire le sfumature di sapore che ogni ingrediente apportava e cercando di rubare con gli occhi i gesti dalle cucine.

Considera che un ramen mangiato a Milano non potrà mai essere come uno gustato in Giappone, troppi chilometri ci separano, l’acqua è diversa, l’aria è diversa, ma questo si sa, succede per qualsiasi cibo quando viene gustato fuori dal suo ambiente. Anche spostandosi da una zona all’altra del Giappone si trovano diverse varianti, ognuna con la sua identità.

Per il mio ramen mi sono ispirato alla tradizione del tonkotsu ramen, che ha come base un brodo di maiale cotto per molte ore, ho scelto però di utilizzare ingredienti italiani di alta qualità e di alleggerire il brodo per renderlo più digeribile.”

La cucina è passata da essere solo un lavoro per mantenersi a un lavoro con la L maiuscola, fatto con grande passione, una passione che si alimenta ogni giorno con impegno e ricerca. Così ho chiesto a Luca qual è la cosa che preferisce della sua nuova attività.

Direi il riscontro diretto con le persone. Non sono molti i lavori che ti permettono di avere un rapporto così con i clienti, attraverso il cibo si instaura sempre un legame emozionale, capita magari che qualcuno si affacci in cucina prima di andare via per dirti che ha apprezzato la tua cucina e questo sicuramente ti lascia una bella sensazione. 

Apprezzo anche la quotidianità, quella stessa quotidianità del lavoro in cucina che all’inizio ammetto mi spaventava un po’. La ripetitività dei gesti, dell’esecuzione di un piatto, che in realtà non si ripete mai uguale, perché ogni volta si impara qualcosa di nuovo, si prova, si migliora.

 

Casa ramen è un progetto in continuo sviluppo ed è così che tra meno di due settimane aprirà una seconda casa ramen, questa volta SUPER. L’atmosfera sarà sempre informale e intima, ma il locale sarà un po’ più grande con una trentina di posti a sedere. La parola d’ordine è condivisione, ispirandosi al modello delle Izakaya, le tipiche osterie giapponesi dove i piatti vengono serviti al centro della tavola per essere condivisi da tutti i commensali. Mentre il cuore di casa ramen rimarrà il ramen, nel nuovo locale l’offerta sarà più ampia e comprenderà anche altri piatti tipici giapponesi.

E per noi principianti 😉 ho chiesto a Luca di suggerirmi 3 ramen da non perdere in giro per mondo:

Ippudo a Londra e Parigi

Go Ramen a New York

Slurp Ramen Joint a Copenaghen

…Il quarto lo aggiungo io: è il casa ramen di Milano. Materie prime italiane di grande qualità, servizio amichevole e un ambiente piccolino, ma accogliente in perfetto stile ramen-ya.

Ho pranzato da casa ramen pochi giorni fa, ma già ne sento la mancanza. Vuol dire che tornerò molto presto, magari per una recensione di casa ramen SUPER. E voi, se passate per Milano non lasciatevelo scappare!

 

 

 

 

 

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