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Avete mai sentito parlare di team building? Si tratta di tutte quelle attività extra-lavorative che vengono organizzate dalle aziende per aumentare lo spirito di gruppo tra i suoi dipendenti, favorendo la conoscenza e la collaborazione.

Sempre più spesso il luogo prescelto per organizzare questo tipo di attività è proprio la cucina! Vista come ottima metafora del lavoro in azienda, permette di sviluppare spirito collaborativo, competitivo e dirigenziale.

Se pensiamo alla brigata, il gruppo di lavoro di una cucina più o meno grande, possiamo individuare diverse figure, come lo Chef (il capo) che coordina il lavoro e affida i diversi compiti agli Chef di partita, che a loro volta con l’aiuto dei commis (aiutanti), portano a termine le varie preparazioni.

Ognuno ha un ruolo ben preciso all’interno del gruppo, con compiti e responsabilità, ma il tutto è sempre finalizzato a raggiungere un obiettivo comune che sarà portare a termine il servizio nel migliore dei modi o più semplicemente realizzare una ricetta.

Così anche nella preparazione di un semplice piatto ci sarà un progetto iniziale (ricetta), un budget da rispettare (con cui calcolare la lista della spesa), la divisione dei compiti e le rispettive responsabilità (chi prepara cosa), un timing da seguire (tutti devono essere ben coordinati tra loro) e soprattutto un obiettivo che tutti dovranno aver bene in mente (come dovrà essere il piatto finale?).

Ma non dimentichiamoci che parte integrante delle attività di team building è soprattutto il divertimento

Beh, la cucina permette senza dubbio di sperimentare anche questa parte, non solo nel corso della preparazione, ma anche con la degustazione finale dove ci si potranno scambiare pareri e nuove idee e condividere la soddisfazione per il risultato raggiunto.

Ormai praticamente tutte le scuole di cucina offrono un servizio di “corsi per aziende/gruppi”.

Ecco qui qualche nome in giro per l’Italia:

Accademia Barilla (Parma)

Sale & Pepe Group (Spinea – Ve)

Congusto (Milano)

Gambero Rosso (Roma)

Quindi se lavorate in un’azienda, grande o piccola che sia, perché non provare a proporre una bella serata in cucina per stimolare lo spirito di gruppo! Tutti ai fornelli!!!

 

 

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Può la cucina essere un importante strumento di riabilitazione e reinserimento sociale?

La risposta è si! E I Dolci di Giotto ne sono un concreto esempio con il loro laboratorio “non convenzionale” che unisce un importante progetto sociale con l’eccellenza nell’arte pasticcera.

La cooperativa Giotto gestisce infatti un laboratorio di pasticceria in una realtà molto particolare come quella della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova. Lì, ogni giorno si sfornano dolci freschi, brioches, biscotti e nel periodo natalizio anche un panettone che ha ricevuto importanti riconoscimenti di qualità da giurie di settore e che viene venduto con successo in Italia e in giro per il mondo. Pensate che può vantare tra i suoi estimatori dei “palati speciali” come Papa Benedetto XVI e Papa Francesco.

Un mestiere come quello del pasticcere richiede grande attenzione, pazienza e rispetto per la materia, per questo ci sono sei maestri pasticceri che coordinano un gruppo di 25 allievi detenuti e a seconda delle inclinazioni e capacità di ognuno li indirizzano alle varie fasi di preparazione, facendo loro intraprendere un importante cammino lavorativo e di cambiamento. Un processo di crescita che tende a valorizzare l’impegno del singolo, ma sempre inserito nella dimensione del lavoro di squadra.

I detenuti hanno la possibilità di occupare il tempo in modo attivo, riappropiandosi o apprendendo per la prima volta la cultura del lavoro, usufruendo di un percorso formativo specifico che offrirà loro una possibilità di occupazione una volta usciti. Il lavoro restituisce loro dignità e senso del vivere.

Attraverso un regolare contratto di lavoro che permette loro di percepire un reddito, hanno la possibilità di sostenere la famiglia di origine e dare un contributo alla società.

Attraverso l’assunzione di responsabilità si innesca un percorso di cambiamento, una specie di allenamento verso la libertà.

Ma a livello di riabilitazione ci sono dei risultati tangibili? Direi che parlano i dati: secondo le statistiche, in Italia la recidiva dei detenuti che tornano in libertà si aggira intorno all’80%. Nel caso dei detenuti coinvolti nel laboratorio della cooperativa Giotto la percentuale scende incredibilmente sotto il 2%. Un risultato positivo che evidentemente riguarda tutta la società e che si basa sull’articolo 27 della nostra Costituzione, secondo cui chi sbaglia deve essere rieducato e reinserito nella società meglio di prima.

E se volete ancora un po’ di numeri, pensate che quest’anno con i panettoni della solidarietà, le praline e i dolci del Santo sono stati raccolti ben 15.752,10 € che, tramite l’Associazione Santa Lucia per la Cooperazione e lo sviluppo tra i popoli, vanno a sostenere vari progetti di solidarietà tra cui la ricostruzione di una scuola elementare nel Comune di Amatrice.

 

Ora però parliamo anche un po’ di dolci, perché per Pasqua I Dolci di Giotto stanno preparando moltissimi prodotti che vanno dalle colombe tradizionali a quelle più originali come quella al mandarino o alla pesca e albicocca, ma anche le Veneziane, tipiche focacce di antica tradizione veneta. Tutti i prodotti seguono una lunga lievitazione e vengono confezionati con un ciclo di lavorazione di 72 ore, utilizzando ingredienti naturali e di grande qualità. E poi ci sono immancabili le uova di cioccolato!

 

 

 

Sul sito idolcidigiotto.it potete trovare l’elenco dei punti vendita presenti in tutta Italia, ma potete anche acquistare direttamente on-line. Per assicurarsi la spedizione entro Pasqua è necessario inviare l’ordine entro il 10 aprile, quindi andate subito a dare un’occhiata!

 

 

 

 

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Oggi voglio raccontarvi un po’ la mia esperienza a Identità Golose – The International Chef Congress che si è svolto a Milano dal 4 al 6 marzo. Era la prima volta che partecipavo e non potevo trovare un tema più nelle mie corde: La forza della libertà – il viaggio.

Perché la cucina può essere un magnifico viaggio: viaggio alla scoperta di paesi lontani, di nuove tecniche e ingredienti, ma anche un viaggio nel proprio territorio per capirne tutte le potenzialità. O ancora un viaggio nel passato per conoscere a fondo le nostre tradizioni e magari interpretarle in chiave moderna, reinventandole. Infine ci può essere un viaggio interno, intimo, per affermare la libertà di essere fedeli a noi stessi al di là delle nostre origini o di come ci vedono gli altri.

Così dai gesti e dai piatti dei grandi chef ospiti di Identità traspare perfettamente come la cucina possa diventare un modo eccezionale di esprimere se stessi e la propria personalità.

Insomma è stata davvero un’esperienza illuminante, piena di ispirazione e nuovi stimoli che voglio cercare di condividere con voi.

 

Credit: Brambilla Serrani

Partiamo da una donna, Cristina Bowerman, una Chef che incarna perfettamente il concetto del viaggio: nel 1992 infatti parte da Roma con una laurea in giurisprudenza e vola a San Francisco per approfondire gli studi forensi. SI sposta poi a Austin dove concretizza la sua nuova passione per la cucina con una laurea in Culinary Art. Una volta tornata in Italia la nuova strada è ormai stata intrapresa e continua a Roma con il grande successo della Glass Hostaria. Come lei stessa afferma quella del viaggio è un’esigenza imprescindibile.

 

 

Credit: Brambilla Serrani

 

 

La contaminazione è però più di tecniche e cultura che di ingredienti veri e propri, come testimoniano i piatti che presenta a Identità: Un brodo di pollo ottenuto per distillazione con una tecnica tipica cinese servito con degli spaghetti alla maniera del ramen. E poi ancora una serie di mole (un piatto simbolo della cucina messicana a base di carne e cacao) ottenuto però dalla coda alla vaccinara.

 

 

 

 

 

Per Christian Puglisi del Relae di Copenaghen, originario di Messina e trasferitosi in Danimarca quando aveva 7 anni, la libertà è quella di essere fedeli a se stessi, senza farsi definire dalla propria origine, dai dogmi imposti o da come ci vedono gli altri. La libertà di sentirsi italiano, ma senza imposizioni, di sentirsi danexe o cittadino del mondo, libero di esprimere solo se stesso nella sua cucina.

 

 

 

Poi è il momento di Norbert Niederkofler del St. Hubertusle sue montagne dell’Alta Val Badia oggi danno un senso di protezione, ma come lui stesso ci racconta “quando sei giovane la curiosità di vedere cosa c’è oltre è forte e ti spinge a partire. Il limite, la restrizione sono in realtà uno stimolo ad usare la creatività e ad aprire la mente. Così ora ogni giorno è un viaggio.”

Una grandissima creatività che si esprime per esempio utilizzando uno stesso ingrediente a diversi step di maturazione o ancora utilizzando tutte le sue parti, dalle più nobili e pregiate a quelle considerate povere o di scarto.

 

 

 

 

Carlo Cracco confessa di aver scelto la scuola alberghiera proprio per avere la possibilità di viaggiare, il viaggio era nel suo DNA. E come a volte capita di visitare di nuovo uno stesso paese, ma con occhi nuovi, ci ha proposto un viaggio attraverso alcuni dei suoi piatti storici, rielaborati per creare qualcosa di nuovo. Come per esempio l’uovo marinato che diventa uno spaghetto.

 

 

 

 

Riccardo Camanini, premiato come cuoco dell’anno, propone un viaggio nel tempo, partendo dal testo di Apicio del 200 a.c. con il rognone al torchio, ma anche un viaggio nel tempo della nostra storia personale, con un piatto presente nella memoria di tutti noi: la minestrina. La minestra di Camanini è però ben lontana dal piatto un po’ triste e scolorito che possiamo ricordare noi, è invece un trionfo di colore e profumo dato dal pomodoro marinda e da un olio di cedro libanese che cresce direttamente nel giardino del Lido 84.

 

Niko Romito ha raccontato a Identità un tipo di viaggio molto particolare: quello dell’alta cucina nella ristorazione collettiva con il suo importante progetto in collaborazione con l’Ospedale Cristo Re di Roma.

L’idea è quella di portare un prodotto sano, buono e anche bello, nella ristorazione ospedaliera. E in questo modo poter regalare un sorriso in più anche in una stanza di ospedale, dove di solito il cibo non ha un grande appeal.

Le tecniche utilizzate sono quelle dell’alta cucina (sottovuoto, siringaggio, salamoia, utilizzo del vapore…) il tutto finalizzato a mantenere intatti principi nutritivi, sapori e colori, cercando di standardizzare il più possibile i procedimenti per renderli facilmente replicabili dagli operatori.

 

 

Direttamente da Lima arriva Palmiro Ocampo, giovane esponente di quella cucina sudamericana, e in particolare peruviana, che tanto attira l’attenzione nel panorama gastronomico di questi ultimi anni.

Il suo è un viaggio alla scoperta di se stesso, ma anche un viaggio etico, dall’impronta sociale molto forte, attento agli sprechi e alla cucina del riciclo.

Ne sono un esempio il recupero della pellicina della cipolla, fritta per pochi secondi e poi lasciata asciugare fino a diventare croccante o ancora gli gnocchi di platano dove viene utilizzata anche la buccia.

 

 

Vi vorrei lasciare infine con una frase di Massimo Bottura, chef patrón dell’Osteria francescana, che non ha bisogno di tante presentazioni:

“L’ingrediente più importante per i cuochi del futuro è la cultura”

Perché attraverso la cultura possiamo viaggiare anche senza partire. Scoprire il nostro territorio, aprirci agli altri e alle influenze straniere, ma prendendo allo stesso tempo coscienza del nostro passato, per creare una nuova cucina contemporanea.

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Un po’ di tempo fa stavo cercando l’ispirazione per un nuovo articolo, volevo scrivere partendo da un film, avevo in mente The ramen girl, vi ricordate? Il film in cui la protagonista decideva di seguire il suo fidanzato in Giappone per poi alla fine innamorarsi profondamente si… ma del ramen.

Mentre cercavo un po’ di informazioni sui ramen mi sono imbattuta nella storia di Luca Catalfamo e di casa ramen Anche la sua storia è legata al ramen, ma non si tratta di un film, lui infatti il ramen lo cucina davvero, e così bene da essere l’unico straniero presente al museo del ramen di Shin-Yokohama.

 

 

 

 

 

 

 

Ma partiamo dall’inizio. E l’inizio è a trent’anni quando Luca decide di lasciare la sua azienda di pulizie per cominciare a viaggiare in giro per il mondo. La cucina non è il suo obiettivo e nemmeno la sua passione (non ancora), è lo strumento che gli permetterà di mantenersi mentre viaggia. Così prima di partire fa uno stage al ristorante Liberty di Milano, “era il mio ristorante preferito, così ho bussato alla loro porta e mi sono proposto di aiutare in cucina in cambio di formazione. Dovevo fermarmi solo tre mesi, ma poi sono rimpasto per il doppio del tempo perché avevo bisogno di acquisire maggiore sicurezza” 

Pronto a intraprendere un’avventura, Luca vola a New York e sarà proprio qui che incontrerà per la prima volta il ramen.

“Mentre camminavo nell’East Village ho visto un bel gruppo di persone in fila in attesa di entrare in un locale. Incuriosito mi sono accodato anche io aspettando il mio turno per entrare da Ippudo (uno dei migliori ramen bar di New York). Prima di allora non sapevo nemmeno cosa fosse il ramen.”

È stato un vero colpo di fulmine per Luca, così ha cominciato ad assaggiare, fare ricerca, studiare, assaggiare, assaggiare e ancora assaggiare. Continuava a cucinare per lavoro, ma non il ramen. Dopo New York, Sidney e dopo ancora Londra. Qui lavora da Koya, famoso per gli udon, cioè un particolare tipo di tagliatelle di frumento servite con una zuppa. Non sono ancora ramen, ma comincia ad avvicinarsi agli ingredienti, ai sapori, ai gesti della cucina giapponese. Ma attenzione, non parliamo di sushi e sashimi, come forse ci siamo fin troppo abituati a identificare la cucina nipponica.

Poi è arrivato il momento di ritornare a casa: “Una volta ritornato a Milano, ho cercato dei posti dove mangiare un buon ramen, ma non trovavo un posto che mi soddisfacesse, così ho deciso di aprire io un ristorante dedicato al ramen”.

Dopo aver trovato il locale, un piccolo ma accogliente spazio nell’emergente quartiere isola, Luca parte per una full immersione di un mese in Giappone.

Ho assaggiato tantissimi ramen, per capire le diverse sfumature di sapore. In Giappone non è facile inserirsi in una cucina così ho cercato di capire tutto quello che potevo assaggiando, in ogni locale ordinavo diverse varianti, cercando di percepire le sfumature di sapore che ogni ingrediente apportava e cercando di rubare con gli occhi i gesti dalle cucine.

Considera che un ramen mangiato a Milano non potrà mai essere come uno gustato in Giappone, troppi chilometri ci separano, l’acqua è diversa, l’aria è diversa, ma questo si sa, succede per qualsiasi cibo quando viene gustato fuori dal suo ambiente. Anche spostandosi da una zona all’altra del Giappone si trovano diverse varianti, ognuna con la sua identità.

Per il mio ramen mi sono ispirato alla tradizione del tonkotsu ramen, che ha come base un brodo di maiale cotto per molte ore, ho scelto però di utilizzare ingredienti italiani di alta qualità e di alleggerire il brodo per renderlo più digeribile.”

La cucina è passata da essere solo un lavoro per mantenersi a un lavoro con la L maiuscola, fatto con grande passione, una passione che si alimenta ogni giorno con impegno e ricerca. Così ho chiesto a Luca qual è la cosa che preferisce della sua nuova attività.

Direi il riscontro diretto con le persone. Non sono molti i lavori che ti permettono di avere un rapporto così con i clienti, attraverso il cibo si instaura sempre un legame emozionale, capita magari che qualcuno si affacci in cucina prima di andare via per dirti che ha apprezzato la tua cucina e questo sicuramente ti lascia una bella sensazione. 

Apprezzo anche la quotidianità, quella stessa quotidianità del lavoro in cucina che all’inizio ammetto mi spaventava un po’. La ripetitività dei gesti, dell’esecuzione di un piatto, che in realtà non si ripete mai uguale, perché ogni volta si impara qualcosa di nuovo, si prova, si migliora.

 

Casa ramen è un progetto in continuo sviluppo ed è così che tra meno di due settimane aprirà una seconda casa ramen, questa volta SUPER. L’atmosfera sarà sempre informale e intima, ma il locale sarà un po’ più grande con una trentina di posti a sedere. La parola d’ordine è condivisione, ispirandosi al modello delle Izakaya, le tipiche osterie giapponesi dove i piatti vengono serviti al centro della tavola per essere condivisi da tutti i commensali. Mentre il cuore di casa ramen rimarrà il ramen, nel nuovo locale l’offerta sarà più ampia e comprenderà anche altri piatti tipici giapponesi.

E per noi principianti 😉 ho chiesto a Luca di suggerirmi 3 ramen da non perdere in giro per mondo:

Ippudo a Londra e Parigi

Go Ramen a New York

Slurp Ramen Joint a Copenaghen

…Il quarto lo aggiungo io: è il casa ramen di Milano. Materie prime italiane di grande qualità, servizio amichevole e un ambiente piccolino, ma accogliente in perfetto stile ramen-ya.

Ho pranzato da casa ramen pochi giorni fa, ma già ne sento la mancanza. Vuol dire che tornerò molto presto, magari per una recensione di casa ramen SUPER. E voi, se passate per Milano non lasciatevelo scappare!

 

 

 

 

 

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Iniziamo marzo con un post della serie “il libro nel piatto”, un piatto dal sapore orientale, come la sua autrice, Ito Ogawa, nota scrittrice giapponese che con questo romanzo ha esordito e ottenuto un grande successo sia della critica che del pubblico, vincendo il Premio Bancarella 2011.

“Il ristorante dell’amore ritrovato” è un ristorante molto particolare perché ha un solo tavolo e il menù che viene servito è studiato ogni volta su misura per gli ospiti. La cuoca, protagonista di questa storia, decide di preparare per i suoi clienti dei piatti costruiti sui loro gusti, ma non solo, quello che ha bisogno di sapere prima di mettersi ai fornelli riguarda soprattutto la loro vita, i loro desideri, i loro sogni per poter realizzare un menù veramente perfetto. Così capita che chi si siede al tavolo del Lumachino si innamori, si perdoni o ritrovi la voglia di godersi la vita. Ma il ristorante non è terapeutico solo per i suoi ospiti, ma soprattutto per la giovane cuoca Ringo che proprio attraverso il suo nuovo e piccolo ristorante riesce a tornare pienamente alla vita.

Confesso che lo sto ancora leggendo, ma ormai ho superato di un bel po’ la metà e quindi mi sento di consigliarlo con grande tranquillità. Per chi ama la cucina, ma non solo. Eccone un assaggio:

[…] io, lì al suo fianco, continuavo a mangiare le ciambelle. […] Ogniqualvolta ne mettevo una in bocca e cominciavo a masticare, mi tornavano in mente le giornate trascorse in compagnia della nonna, dalla consistenza soffice come schiuma e piacevoli come il crogiolarsi al sole.

[…] Cucinare mi dava una gioia incontenibile e le mie cellule erano un unico vortice di pura estasi. Ero felice come non mai, perché potevo cucinare per gli altri

[…] Cucinare quando si è arrabbiati, tristi e di cattivo umore, mi diceva sempre la nonna, è molto rischioso, perché il nostro stato d’animo infelice trasparirà di certo nel gusto e nella disposizione del cibo nei piatti. Quando si prepara da mangiare, bisogna pensare a qualcosa di bello e stare davanti  ai fornelli con gioia e serenità.

E se vi venisse voglia di provare l’emozione di un ristorante tutto per voi (o quasi), date un’occhiata QUI!

 

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Dopo il post di San Valentino dedicato al cioccolato mi piace l’idea di continuare per questo mese con il tema dell’amore… e quale modo migliore se non attraverso la poesia.

Vi sarà sicuramente capitato di sentire la pubblicità di una nota marca di passata di pomodoro dove le immagini di freschi e rossi pomodori sono incalzate da un testo poetico molto suggestivo. Forse però non tutti hanno fatto caso alla citazione finale, si tratta infatti di “Ode al pomodoro”, una famosa poesia di Pablo Neruda, poeta cileno considerato una delle più importanti figure della letteratura latino-americana contemporanea.

Personaggio temuto ed ostacolato dal regime cileno per la sua militanza nel partito Comunista e costretto a lunghi anni di esilio. Ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1971 ed è stato definito da Gabriel Garcia Marquez come il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua.

Considerato uno dei poeti d’amore più intensi ha però dedicato molti dei suoi versi anche ad aspetti della vita più semplici e quotidiani come l’amore per il cibo e la cucina. E così tra l’ode al carciofo guerriero, la cipolla da cui sgorga l’unica lacrima senza pena e il vino color del giorno e della notte, riscopriamo la bellezza anche nelle piccole cose.

Sarà che il pomodoro è senza dubbio il mio ingrediente preferito, sarà che non è ancora la sua stagione e per questo sento ancora di più la sua mancanza, ma mi è proprio venuta voglia di rileggere le parole di Neruda, magari mentre già mi immagino qualche nuova ricettina per quest’estate.

 

Ode al pomodoro di Pablo Neruda

La strada
si riempì di pomodori,
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di un pomodoro,
scorre
per le strade
il succo.
In dicembre
senza pausa
il pomodoro,
invade
le cucine,
entra per i pranzi,
si siede
riposato
nelle credenze,
tra i bicchieri,
le matequilleras
la saliere azzurre.
Emana
una luce propria,
maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo,
assassinarlo:
affonda
il coltello
nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare
si lascia
cadere
l’olio,
figlio
essenziale dell’ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno
il prezzemolo
issa
la bandiera,
le patate
bollono vigorosamente,
l’arrosto
colpisce
con il suo aroma
la porta,
è ora!
andiamo!
e sopra
il tavolo, nel mezzo
dell’estate,
il pomodoro,
astro della terra,
stella
ricorrente
e feconda,
ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l’insigne pienezza
e l’abbondanza
senza ossa,
senza corazza,
senza squame né spine,
ci offre
il dono
del suo colore focoso
e la totalità della sua freschezza.

 

 

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Febbraio è il mese degli innamorati, San Valentino è ormai alle porte con le sue cenette a lume di candela, regali e regalini, cuori e cuoricini… ma per fortuna c’è lui! Il Signor CIOCCOLATO che viene in soccorso anche di noi poveri single, assillati da tutti quei piccoli cupido che sembrano guardarci un po’ storto dalle vetrine dei negozi e delle pasticcerie 😬

Questa settimana vi propongo quindi una piccola degustazione film+food (ve ne avevo parlato qualche post fa… se non vi ricordate leggete QUI!) perfetta per le coppiette innamorate, ma anche per i cuori infranti e i single convinti, insomma è adatta a tutti!

Il film è “Chocolat(un classico dei classici 😊) e il food? …cioccolato ovviamente!!!

l’idea è quella di sciegliere diversi tipi di cioccolato e in piccole dosi, mi raccomando, degustarli nel corso del film. Ecco qualche suggerimento:

  • Le fave di cacao sono perfette come primo assaggio, le trovate nei negozi specializzati, ma anche in molti supermercati e negozi bio. Si trovano sia crude che tostate, o ancora ricoperte di cioccolato
  • Io preferisco il cioccolato fondente, ma se non volete rinunciare al gusto più morbido del cioccolato al latte ricordatevi di partire sempre da quello con minor contenuto di cacao andando in crescendo (la gradazione vuole quindi bianco, al latte, fondente, etc.) in modo da non alterare l’analisi degli aromi.
  • Portate il cioccolato sotto al naso e cercate di individuare gli aromi primari del cacao e quelli secondari che variano di cacao in cacao (i profumi si sentono più intensamente nella parte dove la tavoletta viene spezzata) Cosa percepite? Vaniglia, caffè, tabacco? O ancora frutti, miele, caramello? Il profumo è un aspetto molto importante perché prepara la lingua al sapore che sta per arrivare.
  • Preferite la qualità alla quantità! Meglio scegliere una piccola tavoletta di grande qualità anche se ci costa un po’ di più.
  • Un assaggio di cioccolato di Modica non può mancare, con la sua consistenza granulosa regala un’esperienza molto particolare al palato (La particolare consistenza del cioccolato di Modica è data dall’assenza del concaggio, cioè una fase della produzione del cioccolato che consiste in un mescolamento intensivo degli ingredienti ad una temperatura controllata e che rende il cioccolato uniforme)
  • Via libera al cioccolato aromatizzato, ma senza esagerare. Partite dai gusti più tradizionali e poi concedetevi 1 o 2 assaggi più strani (es. peperoncino, pepe rosa, arancia…) Oppure provate il cioccolato abbinato con il sale, se non riuscite a trovarlo nei negozi, procuratevi del fleur de sal e mettetene 1 o 2 fiocchetti su un quadratino di cioccolato.

Ecco la mia personalissima degustazione ❤️:

Fave di cacao tostate della Repubblica Dominicana (Maglio)

Dark Chocolate 72% Domori (leggermente speziato)

Cioccolato fondente extra 70% Nero Perugina

Cioccolato fondente Vanini con rosmarino

Cioccolato fondente di Modica (Dolce Modica)

e per chiudere in bellezza… un Cuneese al rum della Domori

 

 

Alla dieta ci pensiamo da domani 😜

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Oggi vi scrivo direttamente… dal mio divano 😩

Ok, l’influenza mi ha costretta a prendere qualche giorno di pausa da pentole e padelle, anche se a dirla tutta non sembra riuscire a intaccare per niente la mia fame 😉 Quindi direi che per evitare di aggiunge un’indigestione al raffreddore meglio distrarsi dedicandosi a un po’ di ricerca sul web!

Partiamo da una notizia che arriva dal Regno Unito: impastare il pane aiuterebbe a combattere lo stress e la depressione. L’interesse dei media è cresciuto grazie alla storia di John Whaite, vincitore del reality televisivo Great British Bake Off. Whaite ha raccontato in un’intervista di aver sofferto di una depressione profonda, così paralizzante da non riuscire più a mettere un piede fuori di casa e ha rivelato come dedicarsi alla panificazione lo abbia aiutato a riaprirsi al mondo.

In Gran Bretagna sembra diventata una vera e propria “moda”, moltissime associazioni e panetterie offrono corsi per combattere lo stress e ritrovare il benessere imparando a fare il pane, ma anche per aiutare le persone ad uscire da un momento difficile come quello della depressione. O ancora per rientrare nella società e nel mondo del lavoro come i laboratori di panificazione per i detenuti.

A Londra esiste una Better Health Bakery, un forno “per sentirsi meglio” che aiuta i malati mentali o le persone depresse a riprendere i contatti col mondo proprio imparando a fare il pane, e in questo modo riprendere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Tutto questo mi ha fatto venire in mente un libro che preso qualche tempo fa, il cui titolo mi aveva incuriosito: Il libro tibetano del pane di Edward Espe Brown che già nel 1970 sosteneva come impastare e cuocere una semplice pagnotta potesse avere un significato spirituale, mettendoci in contatto con il nostro io più profondo.

Il pane ha bisogno dei suoi tempi, non gli si può mettere fretta. Fare il pane rappresenta qualcosa di concreto in cui impegnarsi, rende tangibile l’amore che mettiamo in quello che facciamo e ci permette di condividerlo, nutrendo al tempo stesso il nostro spirito e lo stomaco degli altri.

[…] Fare il pane può rinnovare il nostro spirito, e in questo modo rinnovare il mondo, i nostri amici e i nostri vicini. Ci riconnettiamo alla terra, alla nostra origine condivisa, alla nostra vita e vitalità comune […] Dedicategli un po’ del vostro tempo: insieme al pane crescerete, maturerete, prospererete e sboccerete.

Al di là dell’aspetto più spirituale io ve lo consiglio perché è un ricettario ricco di spunti e idee non solo per il pane, ma anche per dolci, pancakes e muffin.

Non so voi, ma a me è venuta voglia di fare il pane in casa, non vedo l’ora di stare meglio per provarci! E voi cosa ne dite? 😉

 

 

 

 

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In questi giorni sto leggendo un libro molto interessante di Brian Tracy su come sviluppare la fiducia in se stessi e raggiungere i propri obiettivi. Una cosa che accomuna le varie teorie sullo sviluppo della fiducia in se stessi e la realizzazione dei propri obiettivi e sogni è sicuramente l’importanza di uscire dalla propria “zona di comfort”.

Secondo gli psicologi infatti l’individuo ha la tendenza naturale ad adagiarsi in una situazione di comportamenti  e prestazioni in cui si sente a proprio agio, una zona in cui tutto è diventato semplice e poco impegnativo. Qui la persona si rilassa e smette di darsi da fare, l’impulso naturale è infatti quello di resistere al cambiamento.

All’inizio può farci sentire a nostro agio, ma piano piano cominciamo a sentirci annoiati, frustrati e infelici. La soluzione è cercare di uscire a poco a poco dalla nostra zona di comfort, attraverso piccole scelte quotidiane che ci portino a sperimentare esperienze nuove. I suggerimenti sono tanti e comprendono anche piccole cose molto semplici come provare per un giorno a fare una strada alternativa per andare a lavoro o ascoltare un genere di musica diversa dal solito. Ma se volessimo vedere la cosa dalla prospettiva della cooking therapy, ci sono tantissime cose che potremmo fare in tema cibo e cucina per rompere la routine e portare qualche piccola novità nella vita di tutti i giorni:

  • Una mattina proviamo a fare una colazione diversa dal solito: se siamo abituati al dolce proviamo una colazione salata come un toast o uova strapazzate e bacon. O più semplicemente cambiamo tazza per bere il caffè.
  • Decidiamo per un giorno di cambiare posto a tavola e godiamoci la nuova prospettiva.
  • Compriamo un nuovo ingrediente, magari che non abbiamo mai assaggiato, o ancora proviamo a cambiare supermercato o negozio per fare la spesa.
  • Sperimentiamo un nuovo ristorante o pizzeria o locale per l’aperitivo.
  • Proviamo una nuova ricetta, magari qualcosa che riteniamo difficile e che un po’ ci spaventa.
  • Assaggiamo qualcosa fuori dalle nostre abitudini: un piatto vegano potrebbe essere qualcosa di totalmente nuovo per un carnivoro convinto oppure un piatto di cucina etnica è perfetto per chi di solito è diffidente verso i sapori poco collaudati. Siate coraggiosi!
  • Un corso di cucina potrebbe essere un ottimo modo per uscire dalla comfort zone, sia che siate alle prime armi, sia che vogliate approfondire un nuovo ambito.

Metterci in gioco su un nuovo fronte ci aiuta ad aprirci a nuove idee, ci mantiene curiosi ed entusiasti come bambini e ci rende più felici. Quindi buttatevi! 

E perché non condividere nei commenti le idee e strategie che vi vengono in mente per uscire dalla vostra zona di food comfort 😉

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Oggi voglio raccontarvi una storia, la storia di una bambina che amava tanto guardare Alice nel Paese delle Meraviglie. Le piaceva da impazzire, lo guardava e riguardava, sembrava non stancarsi mai. E la scena che le piaceva di più era quella in cui il Cappellaio Matto invitava Alice a prendere il tè. Quella tavolata lunghissima, piena di tazze tutte diverse, di dolcetti colorati e biscotti di ogni tipo…

La bambina avrebbe voluto più di ogni altra cosa partecipare a quella festa e così si inventò un modo per condividere con i personaggi l’ora del tè. Prima di iniziare a vedere il film preparò tante tazzine diverse, una accanto all’altra sul tavolino del salotto con vicino dolcetti e biscottini e costrinse la mamma a preparale il tè (deteinato ovviamente, visto che era già abbastanza sveglia 😜). Ora che era tutto pronto per la fatidica scena, poteva finalmente vivere a pieno la sua fantasia e saltare da una tazza all’altra come Alice!

Questo ricordo della mia infanzia, oltre a darmi la conferma che ero un po’ strana già allora 😂, mi ha fatto venire una nuova idea di cooking therapy! Perché non provare a sfruttare il coinvolgimento che proviamo al cinema per gustare un piatto ispirato ad un film… mentre guardiamo proprio quel film!

Sarà capitato a tutti di assaggiare qualcosa di molto buono durante una vacanza, in un paese straniero o comunque in un’occasione speciale per poi riassaggiare la stessa cosa a casa e sentire che il sapore non è proprio lo stesso. Cosa è cambiato? Sarà l’aria diversa, o forse l’acqua…mah…

Sono tanti i fattori che entrano in gioco, ma un ruolo importante sicuramente è rivestito dall’atmosfera che ci circonda mentre mangiamo e da quanto questa ci coinvolge. Sicuramente un film non potrà mai ricreare le stesse sensazioni di una crêpe suzette a Parigi o di una tapas di jamón gustata al mercato di Barcellona, ma potrebbe essere un divertente esperimento da provare, magari per una cena con gli amici diversa dal solito.

Ancora scettici? Provate a bervi un tè guardando Alice nel Paese delle Meraviglie e poi mi saprete dire! Io intanto comincio a pensare a un po’ di abbinamenti cibo/vino…. ah no scusate, volevo dire cibo/film! 😁

… e se vi va potete condividere nei commenti le vostre ricette da abbinare ai vostri film preferiti oppure scrivetemi il titolo del film che vi piace, troveremo insieme il menù più adatto!

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